Andrea Cuozzo

Fate Ballare L'Occhio Sul Sit!!!


DAGLI ANNI 80 AD OGGI CON CONVINZIONE!!!

PET SHOP BOYS
Elettropop a testa bassa

Autori di gioiellini (synth)pop memorabili, portabandiera della "dance intelligente" degli anni Ottanta, i britannici Pet Shop Boys celano dietro l'apparente leggerezza e ottimismo delle loro canzoni, uno sguardo lucido e ironico sulla società postmoderna

 

 

 

"Siamo stati spesso accusati di scrivere canzoni 'malinconiche':… ingannevolmente ottimiste è forse una definizione più accurata". Le parole di Neil Tennant (Newcastle, 10-7-1954), contenute nelle note all'antologia Discography (1991), riassumono lo spirito di un progetto che nella sua sottile "testardaggine" va avanti da quasi 25 anni- dall'agosto del 1981, quando Tennant, giovane firma di Smash Hits, incontra in un negozio di elettronica londinese lo studente di architettura Chris Lowe (Blackpool, 4-10-1959). Tennant è un sostenitore di David Bowie e del glam-rock, mentre Lowe ha interessi più vicini agli ultimi fuochi della disco; il loro punto d'incontro sono i dischi prodotti da una figura di culto dell'underground elettronico americano, Bobby "O" Orlando, che al tempo inondava letteralmente il mercato con produzioni disco-punk e gruppi prestanome come The Flirts (arriverà anche a produrre alcuni 45 giri di Divine, il transessuale reso famoso dai film di John Waters). Grazie al proprio lavoro Tennant riesce nel 1983 a incontrare Orlando, che si mostra interessato ai demo embrionali di futuri pezzi storici come "Opportunities".

Tra il 1983 e il 1985, Tennant e Lowe producono una gran quantità di demo che saranno alla base di tutta la loro produzione futura, e pubblicano il singolo "One More Chance" e una prima versione, un po' rozza, di "West End Girls", con un discreto successo in Europa che accresce le loro ambizioni. Insoddisfatti delle precarie condizioni di lavoro con Orlando, che secondo Tennant "non possedeva neanche una drum-machine", suscitano l'interesse della Emi e del produttore Stephen Hague, che rielabora "West End Girls" e produce il loro primo album, Please (1986). "West End Girls" è un debutto memorabile che stabilisce il canone della loro scrittura, fatta di sezioni fluide che ricordano a tratti i Pink Floyd di "Wish You Were Here", di un equilibrio geniale tra minimalismo e "wall of sound" spectoriano. Il brano si apre e si chiude con una sovrapposizione in crescendo di bordoni di synth; il sample di passi e voci sfocia senza soluzione di continuità nel ritmo della drum-machine, e i sintetizzatori, quasi arrivati alla fine del loro percorso, lasciano spazio a una linea di basso efficacemente definita "bouncy", gommosa, e all'alternarsi di due soli accordi che costituiscono il nucleo della canzone. Il testo della canzone accosta immagini minacciose all'idea di un ricordo storico, alla visione di Londra come cuore di un potenziale rivoluzionario inteso come desiderio e autoconvincimento illusorio e volontà di comunicazione; i personaggi dei testi di Neil Tennant nascono e muoiono nel giro di una canzone e nel frattempo sono alla ricerca di una comunicazione ossessiva con l'ascoltatore. La vocalità pop e rap, la sua enfasi, viene nella stessa misura triturata ed esaltata. "West End Girls" è il primo brano rap cantato da un bianco non americano a raggiungere il n. 1 in America.
L'interlocutoria "Love Comes Quickly", ricca di melodia, lascia spazio nella seconda metà del 1986 a due singoli più importanti nella definizione della poetica del duo: la citata "Opportunities" si apre con delicatezze ritmiche in stile Jarre, per trasformarsi repentinamente in un saggio di ritmi elettronici aspri e incalzanti, che però non ostacolano il progredire perfettamente pop della canzone: il sapore è quello di un discorso e di un incontro con personaggi che vanno verso il nulla ma mentre ci incontrano ci rivolgono veri e propri discorsi, in un modo solo apparentemente intenso, lineare, convincente. Il testo è infatti un ritratto perfettamente ironico della generazione yuppie, un'antifrasi che non tutti hanno colto come tale e che ha contribuito a cementare l'immagine dei Pet Shop Boys come simboli dell'edonismo reaganiano: il ritornello "I've got the brains/ You've got the looks/ let's make lots of money" esplode quasi con arroganza, i synth suonano quasi come un fischiettare sarcastico, le parti vocali sono particolarmente sinuose e su tutto emerge la tipica struttura melodica dei Pet Shop Boys, che nella massima parte dei pezzi scrivono utilizzando delle proprie ascese musicali e numerosi arpeggi in crescendo che però al momento del massimo sviluppo si interrompono brutalmente.

La lunga "Suburbia" porta all'estremo la formula del periodo aggiungendo per la prima volta i fiati, sia veri che sintetici, che col passare del tempo diventeranno sempre più importanti, e rafforza l'enorme successo commerciale che conduce al secondo Lp, Actually (1987): più pop e leggermente meno elettronico, è un album piuttosto diseguale e non del tutto maturo, anche se arrangiamenti e spazi orchestrali hanno uno spazio assai maggiore che nel debutto. Il brano che traina il disco è sicuramente l'esplosiva "It's A Sin", violenta satira anticattolica ("everything I've ever done/ everything I ever do/ every place I've ever been/ everywhere I'm going to/ it's a sin"), nella quale i synth riproducono le sonorità di cori e organi, ma anche i suoni di potenziali fiammate infernali, trasformate in un in uno sberleffo apocalittico e patetico. I "beat" suonano come degli schiaffi, ma anche come un invito (implicito) a non prendere sul serio il tutto. Il brano si apre con un sample della Nasa e si chiude con la lettura di un "mea culpa".
Actually genera altri singoli di successo come le più leggere "What Have I Done To Deserve This?" (duetto con Dusty Springfield) e "Heart", ma soprattutto lancia la cadenzata, riuscitissima "Rent", una "canzone d'amore mercenario" musicalmente vicina ai Kraftwerk di "The Model", e passata alla storia per uno dei refrain più geniali di tutta la storia del pop: "I love you/ you pay my rent". La vena di critica sociale si riflette lungo tutto l'album, culminando nei salti d'umore e nel sarcasmo verso il pop di "Hit Music", che si apre in puro stile Stock-Aitken-Waterman per rallentare il ritmo a ogni strofa fino a una chiusura alla Terry Riley, e nella cupa "King's Cross", uno dei primi esempi di "anthem song" del duo, che prende ispirazione da una delle più malfamate stazioni ferroviare londinesi (pochi mesi dopo l'uscita dell'album e di uno sfortunato film sperimentale a esso collegato, "It Couldn't Happen Here", nel quale la canzone era accompagnata dalle immagini di un uomo in fiamme-un altro richiamo floydiano?-, la stazione, con le sue strutture ancora in legno, prese effettivamente fuoco causando la morte di diverse persone). Ma il duo trova anche spazi di divertimento: un gusto surrealista per gli accostamenti emerge alla fine del 1987 con una stravolta cover di un brano di Elvis Presley, "Always On My Mind", preso di mira da gustose linee di sequencer e da un riff che è ormai distintivo del gruppo.

L'ispirazione del duo è ai massimi livelli, ma quello che passa alla storia è soprattutto l'intelligenza con cui Tennant e Lowe rileggono il proprio tempo e l'esplosione della cultura postmoderna come se fossero già proiettati negli anni 90. Nei video non fanno altro che camminare per strada a testa bassa, con aria indifferente. Rifiutano sostanzialmente le luci della ribalta, eppure sono onnipresenti nei media; Tennant veste in giacca e cravatta, ma scrive pezzi sui paninari e satire su Margaret Thatcher ("compri e vendi la nostra storia, non è difficile/ consulti la City poi cambi la legge/ tutto è in vendita, l'ho sentito alla Camera dei comuni/ stiamo comprando, stiamo c-o-m-p-r-a-n-d-o", in "Shopping"). Le citazioni talvolta affettate di Satie, Brecht, Beckett, Shostakovich sono controbilanciate dai ritmi energici ma impassibili di Lowe. L'impressione è che Tennant e Lowe abbiano preso le redini dell'estetica robotica di Gary Numan e dei Kraftwerk, icone che proprio allora cominciano a entrare in crisi creativa, rileggendola dal profondo, in modo estremamente brillante.
I detrattori del gruppo li hanno sempre accusati di scarso impegno creativo, di contraddizioni ideologiche, e di voler mascherare intenti commerciali dietro pretese di artisticità a tutti i costi; la risposta del duo è stata spesso, con tipica ironia, "siamo sempre stati inconsistenti, a ogni modo".

Nell'estate 1988 esce Introspective, uno dei capolavori elettronici del duo, 50 minuti di contaminazione tra le radici disco e la marea montante dell'acid-house prodotti da Trevor Horn, mente degli Art of Noise: "Left To My Own Devices", "I'm Not Scared" (portata al successo anche dagli Eight Wonder di Patsy Kensit) e soprattutto l'esaltante "It's Alright" sono dei tour de force produttivi senza un solo rallentamento, dove ogni battito è calcolatissimo senza esserlo, e Tennant parla di solitudine, tempeste, chihuahua e rivoluzioni in arrivo, tra gli incessanti bordoni del fairlight di Lowe e trascinanti crescendo orchestrali , in un'atmosfera quasi estiva, insolitamente gioiosa e ottimista per il gruppo. La dance si fa pop come mai prima, anche quando i brani superano i 10 minuti di durata: l'apparente contraddizione tra il crescente intimismo dei testi e le orchestrazioni gioiose di Lowe è il loro punto di forza, e consente di trasformare ogni brano in un vero e proprio slogan rituale. "Left To My Own Devices", in particolare, è esemplare della fase "epica" del gruppo: il divertimento in studio traspare soprattutto dal passaggio quasi kubrickiano tra la sezione iniziale, orchestra e pianoforti che imitano lo stile cromatico di Debussy e una cantante d'opera che ripete la parola "house", e la trascinante parte centrale in cui Lowe alterna due-accordi-due e Tennant accosta immagini volutamente teatrali e camp come "Che Guevara and Debussy to a disco beat". Qui Tennant e Lowe costruiscono la loro "A Day In The Life" elettronica, senza risparmio di mezzi, lasciando che i brani si succedano l'uno all'altro come in una suite pop non diversa dalla crescita di ambizioni sperimentata da gruppi come i Tears For Fears.

Nel 1989 scrivono e producono un album per Liza Minnelli intitolato "Results", nel quale la forza compositiva del gruppo non sempre compensa le occasionali cadute nel ridicolo dovute all'enfasi interpretativa della Minnelli; più riuscito è il lavoro con l'interprete soul degli anni 60 Dusty Springfield ("Son Of A Preacher Man") per il suo Lp "Reputation", dello stesso anno.
Nello stesso tempo gli iperattivi Tennant e Lowe preparano un tour diretto dal regista di "Caravaggio", Derek Jarman, e scrivono senza sosta: Behaviour, registrato tra la Scozia, Londra e Monaco, posti non propriamente gioiosi, sarà molto più pacato, riflettendo soprattutto la fine del loro decennio d'oro e l'apertura di una fase che dal puro electropop degli esordi richiede ora una maturazione musicale e ritmi più complessi. Al disco lavorano figure del calibro di Johnny Marr (col quale i Pet Shop Boys collaboreranno anche nell'avventura degli Electronic), Harold Faltermeyer e Alexander Balanescu. Compaiono timidamente le prime chitarre, ma il loro uso, ridotto ai minimi termini, ha il sapore di una dichiarazione di intenti. I testi del periodo sono infatti soprattutto riflessioni sul mondo del rock, un mondo che Tennant conosce per i suoi trascorsi nella stampa musicale, e che non perde occasione per distinguere (ma non troppo) da quello del pop. "How Can You Expect To Be Taken Seriously?", col relativo video, si prende gioco delle rockstar impegnate a salvare le foreste con concerti via satellite, come Sting e Bono. Gli U2 sono ancora presi di mira l'anno successivo con una perfida cover di "Where The Streets Have No Name", trasformata in un incrocio tra i Talking Heads e Moroder, e che sfocia nell'inno disco "Can't Take My Eyes Off You". (E' diventata celebre la risposta di Bono: "What have we done to deserve this?"). Tra accenni al funk e ballate per pianoforte, l'atmosfera del disco è plumbea, rotta solo da isolati episodi molto moroderiani come "So Hard". Behaviour è come una cortina fumogena nella quale non c' è più bisogno di vedere le cose ma di sentirle; il piano quasi soppianta le tastiere e i falsetti prendono il posto dei vocoder. Il capolavoro dell'album è senza dubbio la superba "Being Boring", rilettura di "West End Girls" che in qualche modo apre la strada verso i Pet Shop Boys degli anni 90, decisamente meno freddi e più diretti negli intenti, pur nel mantenimento della formula di base. In una struttura circolare nella quale fanno capolino chitarre dai suoni pesantemente riverberati, l'uso del piano elettrico e di sintetizzatori di prima generazione crea un suono vicino agli anni 70 che avvolge alla perfezione una melodia di una bellezza estrema e si accompagna al solito percorso a tappe autobiografico, basato stavolta su una citazione di Zelda Fitzgerald: "She refused to be bored chiefly because she was never boring. She was concious that the things she did were the things she'd always wanted to do". E' l'inizio dei Pet Shop Boys retrospettivi e con uno spazio crescente riservato nei testi alla sessualità e allo spettro dell'Aids, evidente in liriche come "I never dreamt/ that I would get to be/ the creature that/ I always meant to be/ but I thought/ In spite of dreams/ you'd be sitting somewhere here with me". Una delle migliori canzoni sull'amicizia mai scritte, come una "Bridge Over Troubled Water" riletta attraverso il filtro di "Song For Guy" di Elton John.

Il 1991 è l'anno di un tour mondiale chiamato "Performance" che crea ammirazione e polemiche soprattutto negli Usa: tipicamente, in scena non c'è nessun musicista, ma scenografie spettacolari, ambientazioni teatrali, ballerini e travestimenti surreali e talvolta oltraggiosi, per la regia di David Alden, controverso esponente dell'English National Opera. Dopo una pausa che alimenta voci di divisioni interne,i Pet Shop Boys ritornano nel 1993 con quello che in retrospettiva è il loro canto del cigno: si chiama Very, viene trascinato dalla famigerata cover di "Go West" dei Village People, che ritorna alle atmosfere solo apparentemente spensierate di Actually. Identificati fino a quel momento da un naturalismo anti-anni Ottanta, nel momento in cui il naturalismo grunge emerge anche nello stile, i Pet Shop Boys si reinventano opponendosi radicalmente a esso: video e copertine vedono ora Tennant e Lowe alle prese con video vicini a quelli di Peter Gabriel e costumi bizzarri, cappelli a punta e tute plastificate che in qualche modo li avvicinano ai Devo. La musica non presenta sostanziali innovazioni, se non per il fatto che la leggerezza delle ritmiche anni 90 imposte come standard dai Depeche Mode di "Violator" non viene di fatto seguita da Tennant e Lowe, che proseguono il loro cammino tornando a un suono molto stratificato e non troppo lontano da quello del decennio precedente. Nel disco spiccano soprattutto le complesse "Can You Forgive Her?" (titolo preso in prestito dal romanzo dello scrittore Anthony Trollope) e "Young Offender", ma c'è spazio soprattutto per divertimenti in studio e sarabande dal gusto sixties come "I Wouldn't Normally Do This Kind Of Thing" e "One And One Make Five", con grande spazio per cori e armonie stranianti in un nuovo "muro del suono" elettronico, spinto ai limiti della confusione.
In omaggio alle prime copie di Very, appare un Ep intitolato Relentless, quasi completamente opera di Lowe, contenente vari strumentali che segnano il passaggio dalla house di fine anni 80 a una techno un po' più pesante e frammentaria. Una preziosa retrospettiva su b-sides e outtakes sparse intitolata Alternative esce nell'agosto 1995 e apre una prospettiva diversa sul gruppo, dando spazio soprattutto a episodi piuttosto oscuri e spesso ispirati all'eros, come "A Man Could Get Arrested", la psichedelica "The Sound Of The Atom Splitting" (derivata dal film di Derek Jarman "The Last Of England") e soprattutto la vorticosa "We All Feel Better In The Dark", registrato nel 1990 e dal quale verosimilmente hanno attinto Madonna e Lenny Kravitz per la loro "Justify My Love".

I dischi successivi, ovvero il pasticciato Bilingual (1996), con influenze latine e di world-music ("Red Letter Day" clona "Go West" utilizzando il coro di stato russo, la bella "Comes As A Surprise" fa incontrare Grace Jones e Astrud Gilberto, la mini-suite "Discoteca/Single" dà la loro visione personale della jungle) e Nightlife (1999), quest'ultimo contenente "New York City Boy", scintillante pastiche dei Village People, convincono poco, riproponendo (anche nei video) la formula di Very, ma senza l'effetto sorpresa, e con una certa stanchezza soprattutto a livello melodico.

Sempre meno interessati al principio dell'"album" in sé, i due lord guardano altrove: nel 2001 portano in scena un musical scritto con Jonathan Harvey, "Closer To Heaven", su tematiche omosessuali, accolto male dalla critica, ma con un buon successo di pubblico.
Release (2002) è il miglior album dai tempi di Behaviour, il primo vero tentativo di distacco da un electropop che ormai li riconosce come maestri, ma nel quale forse loro non si riconoscono più completamente. Il ritorno di Johnny Marr spinge l'album in una direzione acustica: mai così tante chitarre, ritmi pacati, (a volte) persino una vera sezione di basso e batteria. Il ritorno a una vena melodica brillante lo si vede nel singolo "Home And Dry" e in brani insolitamente delicati come "E-Mail", "Birthday Boy" (dai vaghi echi di Nick Drake) e "The Night I Fell In Love" (nel quale si immagina che Eminem sia gay) e "You Choose", vicina ai Simply Red.

La condizione attuale dei Pet Shop Boys è in qualche modo figlia della loro ambiguità: icone seconde solo a Bowie e a Madonna nell'arte di reinventarsi e di dividere il pubblico, diventate tali rifiutando costantemente di esserlo, ugualmente interessati e ironici verso le critiche feroci che suscitano e verso il pubblico a loro favorevole. Nel "trittico delle meraviglie" elettroniche originatosi negli anni 80, insieme a Depeche Mode e New Order, i Pet Shop Boys occupano una posizione solo apparentemente più defilata, consolidata nel tempo da un sodalizio umano molto forte, da capacità melodiche e produttive spesso superiori a quelle delle altre band del genere, oltre che da numerosissime collaborazioni (Blur, Liza Minnelli, Dusty Springfield, David Bowie, Tina Turner, Electronic, Suede, Rammstein, ma anche cineasti e registi teatrali come Neil Jordan, Derek Jarman, David Alden e Gus Van Sant), da un potenziale multimediale cresciuto nel tempo (il loro ultimo progetto è una nuova colonna sonora per il classico del cinema muto "La Corazzata Potemkin" di Eisenstein) e soprattutto da un'appartenenza al postmoderno che diventa occasione per deridere il postmoderno stesso, in una circolarità infinita e godibilissima: non a caso la loro ultima antologia, contenente due discreti inediti ("Miracles" e la sarcastica "Flamboyant") è divisa in due cd intitolati "Pop" e "Art".

Fundamental (2006), presentato come una sorta di sequel sonoro e tematico di Actually, non riesce però a riprodurne i fasti e la geniale freschezza, affidandosi invece alla macchinosa produzione dell'ormai stagionato Trevor Horn. Il suono non si allontana eccessivamente da quello di "Release" ma perde in freschezza, mentre nei testi si segnala un recuperato cinismo "classico" che però si sposa a fatica con le pigre autocitazioni musicali di "I made my excuses and left", "Twentieth century" e "Integral". Il singolo "I'm With Stupid" fa a pezzi Tony Blair al posto della Thatcher, eppure suona affannoso, quasi zavorrato da un richiamarsi ostinato al passato. "Luna Park" incede con la leggerezza di un salmodiare televisivo in stile Celentano, "Numb" (scritta da Diane Warren) si perde in piccoli tocchi elettronici del tutto inerti, "The Sodom and Gomorrah show" dopo un inizio promettente si avvolge su sé stessa e non si muove più.
L'unico episodio di rilievo è non a caso "Minimal", dove Tennant e Lowe ritrovano il giusto passo e trasformano una melodia non trascendentale in un saggio sonoro che riesce a fondere con eleganza i livelli alti e bassi dell'elettronica degli ultimi vent'anni, dai Kraftwerk alla dance italiana degli Eiffel 65. L'album è pubblicato anche in un'edizione speciale intitolata "Fundamentalism" in cui spicca "Fugitive", eccelsa collaborazione col produttore Richard X che non fa che accrescere i rimpianti per un disco poco riuscito, nonostante i plausi un po' strumentali della critica inglese.

 

 

DEPECHE MODE
L'elettropop d'autore

 

Sono stati tra i pionieri del synth-pop, agli albori degli anni Ottanta. Hanno creato un suono che ha fatto scuola, sopravvivendo alla crisi dei loro compagni di strada e al tentato suicidio del cantante, Dave Gahan. Ritratto dei Depeche Mode da Basildon, Inghilterra

Depeche Mode da Basildon, nell'Essex, vicino Londra, sono indiscutibilmente una delle band più importanti degli ultimi vent’anni, esponenti di spicco dell’elettropop assieme agli Ultravox, agli Eurythmics e i Soft Cell, ma la loro carriera ha visto anche l'evoluzione da un suono scanzonato e morbido ad atmosfere cupe e angosciate, con la svolta dei primi anni 90.
La storia dei Depeche Mode inizia nel 1977 quando Andrew Fletcher e Vince Clark incontrano Martin Gore e insieme fondano i "Composition of sound", nome che cambieranno (fortunatamente) qualche mese dopo, quando i tre sentono la necessità di un frontman, che viene trovato in un giovanotto che si cimenta in un locale con la cover di "Heroes" di Bowie. La voce calda di Dave Gahan entra nel gruppo, che decide di abbandonare definitivamente gli strumenti acustici per dedicarsi a tempo pieno all’uso dei sintetizzatori e della musica elettronica. Il riferimento principale dei primi Depeche Mode sono decisamente i Kraftwerk, e il successo riscosso durante le prime esibizioni dal vivo fa cercare ai Depeche una casa discografica che possa pubblicare i loro primi lavori.

Nel 1981 viene dato alle stampe il primo singolo, "Dreaming of me", dal produttore Daniel Miller. In realtà il gruppo resterà fino al 1986 senza un contratto vero e proprio. Dopo l’uscita del secondo singolo, "New Life", i Depeche Mode capiscono che l'ascesa al successo si sta concretizzando. Lasciano dunque le loro occupazioni, dopo essersi esibiti alla famosa trasmissione della BBC "Top of the pops". È il terzo singolo a dare lo slancio definitivo ai Mode, che piazzano "Just can’t get enough" all’ottavo posto della chart inglese. Il brano è il primo classico del gruppo, con una melodia molto semplice e accattivante (sarà anche uno degli inni principali delle discoteche gay dei primi anni 80). Nell’ottobre del 1981, dopo l'abbandono della band da parte di Vince Clark a favore di Alan Wilder, viene pubblicato il primo album dei Depeche Mode, Speak And Spell, che non si discosta molto dalle prime impressioni che hanno dato i singoli, navigando in un pop elettronico con frequenti tendenze alla disco-music.
L'uso sfrenato di sintetizzatori e batterie elettroniche marca anche i dischi successivi dei Depeche, A Broken Frame (1982) e Construction Time Again (1983), che contiene un altro classico del primo periodo della band, "Everything counts".
La fase "elettropop" sembra chiudersi con la raccolta di singoli pubblicata nel 1985 (con ottimi brani come "Leave In Silence", "Shake The Disease", "Blasphemous Rumours"), dalla quale ci si può fare una idea abbastanza pertinente dell'opera del gruppo nei primi anni di attività.

Nel 1986 esce Black Celebration, disco che opera una svolta nella musica dei Depeche Mode. La voce di Gahan si fa più cupa, ma mantiene quella suggestività che aveva mostrato in alcuni episodi dei precedenti album come "Blasphemous Rumours". Le sonorità sono decisamente più mature, con Gore che ha imparato a dosare le tastiere in modo da creare atmosfere oniriche (la title-track, "Stripped"), che non rinunciano a riff aggressivi ("A Question Of Time") e a momenti di dolcezza ("Sometimes" e "A Question Of Lust").
Il momento "cupo" della band continua con Music For The Masses (1987), titolo ambizioso che non avrà molto successo di vendite. Nonostante ciò, il disco contiene due dei pezzi più belli dei Depeche Mode versione "rock": "Never Let Me Down Again" e "Behind The Wheel". Con quest’ultimo comincia la fase dei video in bianco e nero dei Mode, decisamente suggestivi e di ispirazione dark. Martin Gore mette un po' da parte i synth per dedicarsi alla chitarra elettrica, e la batteria si insidia prepotente nei nuovi album. La band è ormai una delle più acclamate al mondo, e autocelebra la sua forte attitudine alla dimensione live con il doppio 101.

Ma non è tutto rose e fiori: Gahan ha infatti seri problemi di depressione e di droga, e l'atmosfera fra i quattro componenti del gruppo è abbastanza tesa. Tutto ciò confluisce in Violator (1990), che risulta comunque un disco splendido, carico di emozioni e di tanti hit che frutteranno il maggior successo di critica ai Depeche Mode. "Personal Jesus", "Enjoy The Silence", con i loro riff-leggenda, ma anche "Policy Of Truth" e "World In My Eyes" danno nerbo al disco, considerato da molti la vetta massima della band.

Il momento d'oro della band inglese continua con un altro disco-cult per i fan, Songs Of Faith And Devotion (1993). Non sembra proprio di trovarsi davanti a un gruppo di giovanotti strimpellatori di tastiere, soprattutto quando esplode la violenza di "I Feel You". I Mode continuano inoltre a coltivare la loro (insana?) passione per la musica gospel ("Condemnation"), ma tutto si può perdonare davanti a musiche intriganti come quelle di "Walking In My Shoes" e "Rush". Il cambiamento è evidente, a livello musicale e non. Gahan si fa crescere i capelli, i Depeche non sorridono quasi più, la droga inizia a serpeggiare prepotente nei backstage dei concerti. Le condizioni psicologiche di Gahan, che uscirà stressatissimo dal mastodontico tour seguente, vanno letteralmente in frantumi con la caduta nel tunnel dell'eroina. Nell'estate del 1996 il frontman dei Mode tenta il suicidio tagliandosi le vene in un hotel di Los Angeles. Si salverà per miracolo, ma i problemi sono evidenti anche nel resto del gruppo, di cui si teme, a ragione, lo scioglimento.

Tutto questo si riflette nell'abbandono di Alan Wilder, ma i Depeche Mode decidono di continuare la loro avventura anche in tre, e pubblicano Ultra nel 1997. Inaspettatamente, il disco non è anonimo come ci si potrebbe aspettare dopo il baratro in cui è caduta la band. Al contrario, i magnifici testi di Gore si sposano con un sound maturo, decisamente lontano dal pop scanzonato degli esordi, che esprime diverse contaminazioni musicali, fino alla dance. Ne è un esempio "Useless", che riesce a inserirsi con il suo riff aggressivo in tutte le discoteche del pianeta. Altri pezzi degni di menzione sono "Barrell Of A Gun", "It's No Good" (remixata anche da Paul Oakenfold) e la delicatissima "Home".
I problemi personali di Gahan sembrano essere scomparsi, e il gruppo ha l’occasione di tirare il fiato, pubblicando la seconda raccolta di singoli, dal 1986 al '98.

I Depeche Mode sono inossidabili, e tornano ancora sulla cresta dell'onda con Exciter (2001), album che ormai ha poco da aggiungere al tipico sound dei Mode, ma che raggiunge lo stesso un successo internazionale, trainato da "I Feel Loved" e "Dream On", ma soprattutto dalla dolce "Freelove". Il tour dimostra che dopo vent’anni di carriera, i Mode sono ancora degli animali da palcoscenico, tuttavia è lecito porre dubbi sulla continuazione della loro carriera dopo la pubblicazione del primo album solista di Gahan, Paper Monsters, e il secondo disco solista di Gore, "Counterfeit #2" (che segue il primo, con lo stesso titolo, del 1991).

Lo stile dei Depeche Mode, a più di vent'anni dal loro esordio, suona ancora fresco e pieno di vitalità, nonostante i tanti problemi incontrati dalla band lungo il suo cammino. Una band che è riuscita a mantenere costante la presenza di propri brani nelle chart, associando l'evoluzione musicale a un enorme successo a livello commerciale. La mescolanza di generi, ma il mantenere sempre un proprio sound inconfondibile, è uno dei maggiori meriti degli inglesi, che si possono ragionevolmente considerare una delle band più importanti del periodo '86-'94.

Nel 2004 esce Remixes 81-04, raccolta di classici del gruppo di Basildon reinterpretati alla consolle da alcuni illustri nomi internazionali, tra cui Air, Underworld, Goldfrapp, Timo Maas, Portishead, Kruder & Dorfmeister.

Con Playing The Angel (2005) i Depeche Mode tentano di rinnovare i fasti di una carriera ormai venticinquennale.


PINK FLOYD
Esplorazioni nel lato oscuro della luna

 

Nei primi anni 60 sono stati tra i più coraggiosi esploratori delle nuove frontiere "lisergiche" del rock. Nel decennio successivo hanno smesso i panni della band di culto, ma hanno continuato a realizzare album memorabili. Poi, i dissidi interni e l'inizio della parabola discendente. Ecco la storia, le metamorfosi e i dischi dei Pink Floyd, una delle formazioni più importanti (e influenti) della storia del rock

I Pink Floyd sono i pionieri della psichedelia e uno dei massimi complessi rock di sempre. Nel corso di una carriera lunghissima (in cui si distinguono tre fasi, corrispondenti ad altrettante formazioni) hanno spostato i limiti del pop e del rock sposando l'elettronica e approfondendo la ricerca sonora in una serie di album giudicati pietre miliari della musica popolare del Novecento. Altra loro peculiarità è quella di aver prodotto mastodontiche rappresentazioni multimediali della propria musica attraverso spettacoli in cui la componente visiva è parte integrante di quella sonora.

La lunga storia della formazione inglese ha inizio a metà degli anni Sessanta, quando tre studenti di architettura e un estroso studente di pittura gettano le basi per entrare a pieno titolo nella leggenda del rock, partendo dai club della Londra underground e lisergica per arrivare, non senza radicali cambiamenti di stile e di formazione, al successo planetario.

La band nasce dall'incontro dello studente di pittura Roger Keith Barrett (per tutti Syd, nato il 6/1/46 a Cambridge) con Roger Waters (Great Bookham - 9/9/44), studente di architettura e chitarrista di una formazione dal nome cangiante (Sigma 6, T-Set, Meggadeaths, Abdabs) nella quale suonavano altri due aspiranti architetti: Nick Mason (Birmingham - 21/1/45) e Rick Wright (Londra - 28/7/45) oltre al bassista Clive Metcalf e ai cantanti Keith Noble e Juliette Gale. Nel '65, dopo lo scioglimento del gruppo, Waters (al basso), Barrett (chitarra), Wright (tastiere) e Mason (batteria) decidono di formare una band (per brevissimo tempo ne farà parte anche il chitarrista Bob Close): il nome, scelto da Barrett, è Pink Floyd e deriva dai nomi di battesimo di due bluesmen americani, Pink Anderson e Floyd Council.

Nel '66 arriva il momento delle prime esibizioni nei club della Londra underground, con un repertorio che comincia ad assumere una propria identità grazie alle prime composizioni strumentali di Barrett. E' in questo periodo che i Pink Floyd conoscono quelli che diventeranno i loro manager: Andrew King e Peter Jenner.

Nella "Swingin' London", i Pink Floyd riescono a farsi notare come una delle band più originali e imprevedibili, in virtù soprattutto delle esibizioni all'Ufo Club, un locale in cui il gruppo sperimenta i suoi primi coinvolgenti light-show, tentando di coinvolgere il pubblico con proiezione di immagini, diapositive e l'impiego massiccio di un efficace impianto luci.

A cavallo tra il '66 e il '67, i Pink Floyd entrano in sala d'incisione, per i primi demo, con risultati poco incoraggianti: bisognerà attendere ancora qualche mese, infatti, per la pubblicazione del primo singolo del complesso, "Arnold Layne/ Candy and a Currant Bun" (prodotto da Joe Boyd).

 

Il successo arriva immediato ed è seguito a breve distanza da un secondo singolo-hit, "See Emily Play/ The Scarecrow": la band partecipa per ben tre volte consecutive a "Top of the Pops" ed è finalmente pronta per il primo album, pubblicato nell'estate del '67: The Piper at the Gates Of Dawn. Il disco, prodotto da Norman Smith, si impone subito grazie al sound particolare e assolutamente innovativo e a testi singolari, divisi tra atmosfere oniriche e spaziali ("Astronomy Domine", "Interstellar Overdrive") e brevi filastrocche per le quali Barrett attinge al mondo delle fiabe ("The Gnome", "The Scarecrow", "Lucifer Sam").

"Astronomy Domine" è il resoconto di un viaggio stellare intrapreso da Barrett attraverso l'uso dell'Lsd: il basso pulsante rappresenta la connessione radio con la terra, mentre la chitarra onnipresente, insieme a un canto maestoso e solenne, sembrano errare in un panorama cosmico oscuro, con il drumming forsennato di Mason, a enfatizzare le parti più drammatiche. Il capolavoro del disco, e forse anche l'apice della produzione di Barrett, è però: "Interstellar Overdrive". E' la cronaca di un viaggio umano nell'universo. Introdotta da un riff da film dell'orrore, si sviluppa nei suoi undici minuti seguendo una sola regola: almeno uno strumento deve mantenere il ritmo. E sopra questo ritmo, si sviluppa una jam session acidissima, fatta di astronavi che sfrecciano, di asteroidi che si scontrano, di alieni e alienazioni, di muri spaziali, di tempeste stellari, di quiete cosmica, di paradisi irraggiungibili. Ma Barrett è anche un maestro nel raccontare filastrocche, come "Lucifer Sam", sorta di proto-hard rock, con un riff incalzante, accompagnato da tastiere che sembrano richiamare una atmosfera orientale, "The Scarecrow", basata su due nacchere e su un canto allucinato, e la gag comica in stile "freak" di "Bike". I lunghi viaggi "acidi" e le atmosfere scanzonate, uniti a una sonorità articolata, nata dall'unione di influenze diverse ma sempre del tutto unica e peculiare, permettono al disco di essere tutt'oggi uno dei lavori universalmente più amati del quartetto. In seguito a questo successo, ormai lanciati verso una folgorante carriera, i quattro partono per gli Stati Uniti in tour, ma è proprio qui che conosceranno le prime difficoltà.

Barrett, infatti, comincia a manifestare i sintomi della schizofrenia (causata molto probabilmente dall'assunzione sistematica di Lsd), assentandosi sempre di più dalla vita del complesso: gli spettacoli dal vivo si fanno insostenibili, così come la pressione che il mondo della musica esercita su quella che è ritenuta, a ragione, la mente creativa del gruppo.

La band opta allora per una soluzione di compromesso, con l'ingaggio del chitarrista David Gilmour (già amico d'infanzia di Barrett e Waters, nato a Cambridge il 6/3/1946), il quale, secondo i progetti del management, deve sopperire alle mancanze di Barrett (che comunque resta nelle vesti di autore) nei concerti. I singoli "Apples & Oranges" e "It Would Be So Nice" non replicano i successi precedenti e gli atteggiamenti bizzarri e imprevedibili di Barrett cominciano a minare l'attività del gruppo. Le precarie condizioni psichiche portano il leader a un impenetrabile autoisolamento e a un progressivo allontanamento dalle scene musicali, non prima della difficoltosa produzione di The Madcap Laughs (gennaio 1970) e Barrett (novembre 1970), due eccellenti album solisti realizzati con l'aiuto di Gilmour e Wright.

Il nuovo manager dei Pink Floyd diventa Steve O'Rourke. E i quattro superstiti non si perdono d'animo e rientrano in studio per incidere il loro secondo album: A Saucerful of Secrets.

Figlio del periodo di instabilità, il lavoro non lesina buone intuizioni, in particolare con la title-track che, come avrà modo di affermare Waters qualche anno più tardi, sembra la trasposizione musicale della parabola artistica dei Pink Floyd, con un inizio governato dall'istinto e un finale stupendo per ordine e limpidezza. Sono quasi dodici minuti di audace avanguardia psichedelica, che alternano terrore e misticismo. E' proprio il bassista a firmare gli altri brani trainanti del disco come l'iniziale raga tribal-psichedelico di "Let There Be More Light", la misteriosa e affascinante "Set the Controls for the Heart of the Sun", capolavoro della musica cosmica, e "Corporal Clegg", che mantiene un più saldo legame con lo stile dell'album d'esordio. C'è spazio anche per due composizioni firmate da Rick Wright ("Remember a Day" e "See Saw"), che per tutta la durata dell'album appare notevolmente ispirato, contribuendo non poco al sound onirico che lo pervade. Il disco si completa con una composizione di Barrett, "Jugband Blues", un piccolo bozzetto delirante, in cui il chitarrista si dimostra perfettamente conscio del suo stato di isolamento mentale, declamando versi che, letti a posteriori, sembrano voler rispondere in anticipo all'album che i quattro gli dedicheranno qualche anno dopo.

Complessivamente, comunque, A Saucerful of Secrets appare segnato soprattutto dal chitarrismo di David Gilmour, che riporta la musica del gruppo verso territori più ancorati alla tradizione rock-blues.

Il 69 è un anno frenetico, dal punto di vista artistico, per i Pink Floyd: il complesso si cimenta infatti nello sviluppo di due suite da proporre negli spettacoli dal vivo come "The Man" e "The Journey", e tenta il primo vero approccio con l'arte cinematografica scrivendo la colonna sonora per il film di Barbet Schroeder, More, a cui si aggiungono quelle per "Zabriskie Point" di Michelangelo Antonioni e "Music From The Body" di Roy Battersby, quest'ultima a nome del solo Waters.

More, in particolare, è forse uno dei dischi più sottovalutati della produzione floydiana, straordinariamente coeso e delicato, con brani che fanno da scenario alle atmosfere del film uniti da una disarmante semplicità melodica. Da ricordare, fra tutti le composizioni, le brevi e acustiche "Cirrus Minor", "Green Is the Colour" e "Cymbaline", oltre alla minisuite "Main Theme", che sembra ricordare la parte centrale della precedente "A Saucerful of Secrets".

Alla fine del 1969, i quattro pubblicano anche il monumentale Ummagumma, destinato a essere annoverato tra i loro capolavori. L'album si compone di due parti: una registrata dal vivo, in cui il gruppo ripercorre i primi successi, e una in studio, formata dal contributo che i quattro musicisti hanno fornito da "solisti", con composizioni sperimentali incentrate sui rispettivi strumenti. E' Wright ad aprire il disco con "Sysyphus", una suite strumentale che mescola musica classica e avanguardia. Waters si cimenta in due brani: l'acustica "Grantchester Meadows" (tra chitarre folk ed effetti di uccellini elettronici) e "Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict", composizione prettamente noise che simula i rumori degli animali nel bosco; mentre Gilmour ci regala un saggio di bravura tecnica alla chitarra con la sua più meditata "The Narrow Way". Il disco è concluso da Mason con un ambizioso pezzo strumentale ("The Grand Vizier's Garden Party"), guidato, ovviamente, dalle percussioni. Nel disco dal vivo, brillano le versioni espanse di alcuni loro cavalli di battaglia (da "Astronomy Domine" a "Set The Controls For The Heart Of The Sun") e una delirante versione di quella "Careful With That Axe Eugene" che accompagna l'indimenticabile la scena finale di "Zabriskie Point". L'anno successivo vede i Pink Floyd cimentarsi con una nuova lunga composizione strumentale al quale verrà dato il curioso nome di lavorazione di "The Amazing Pudding". Negli intenti del gruppo il nuovo lungo pezzo dovrà stupire il pubblico, con effetti orchestrali senza precedenti nella loro produzione. Per le parti orchestrali viene chiamato il musicista scozzese Ron Geesin, al quale viene affidato il compito di arricchire la versione "nuda" della suite (base ritmica e linee base di tastiere e chitarra), costruita dai quattro e già presentata al pubblico in occasione di alcuni concerti.

Il risultato è eclatante: la suite, che si dipana attraverso straordinari "dialoghi" tra musica sinfonica (imponente è l'uso degli ottoni e del coro) e rock, prende il nome di Atom Heart Mother (dalla notizia di cronaca di una signora incinta tenuta in vita da uno stimolatore cardiaco atomico) e diventa la title-track del nuovo album, del quale andrà a occupare l'intera prima facciata.

I movimenti più suggestivi della suite sono "Breast Milky", caratterizzato dal celeberrimo dialogo tra l'organo arpeggiato e il violoncello, sul quale si inserisce infine la chitarra di Gilmour, e "Funky Dung", con basso e organo che lavorano in contrappunto e Gilmour alle prese con uno dei migliori soli chitarristici della sua carriera, prima dell'avvento del coro e dell'organo di Wright. La chiusura della suite è affidata a "Mind Your Throats Please" (caratteristica variazione floydiana di stampo rumoristico-psichedelico) e a "Remergence", in cui riemergono i temi prima dell'overtoure e poi del duetto violoncello e organo. Il finale è imponente, con una chitarra sempre incisiva e con l'orchestra e i cori che scandiscono il crescendo musicale.

La seconda facciata si apre con la delicata "If " di Waters (un semplice arpeggio di chitarra, la voce soffusa che sussurra parole intrise di malinconica poesia, una chitarra sognante nei brevi intermezzi musicali) e prosegue con "Summer '68", notevole pezzo di Wright (anche qui si nota l'uso dei fiati), l'onirica "Fat Old Sun" di Gilmour (canto caldo e suadente, chitarra sempre composta ma inesorabile) e si conclude con l'esperimento di "Alan's Psychedelic Breakfast", costituita da tre diversi momenti strumentali (il primo centrato sull'organo, il secondo sulle chitarre, il terzo più variegato e vicino allo stile dei primi Genesis) con la registrazione di una colazione all'inglese in sottofondo. Nata con l'ambizione di rappresentare la giornata di un uomo comune e ispirata a un roadie già immortalato nel retrocopertina di "Ummagumma"), la suite di Alan è a tutti gli effetti un esperimento poco riuscito.

Primo lavoro autoprodotto dai Pink Floyd e considerato il loro disco "progressive", Atom Heart Mother va ricordato anche per la "storica" copertina, raffigurante una mucca al pascolo.

Il successo di una musica così complessa si traduce ben presto in un'effettiva difficoltà di messa in scena, che richiede al complesso l'elaborazione di nuovo materiale da suonare in tutti gli angoli del mondo. Nasce così Meddle (1971), un album in cui i Pink Floyd più che rinnegare l'amore verso le lunghe suite (in questo caso la seconda facciata è occupata dalla splendida "Echoes"), danno un taglio alle divagazioni sinfoniche e si orientano verso sonorità più rock, agevolmente riproponibili nei concerti. Memorabile è l'iniziale "One of These Days", pezzo strumentale incentrato sul basso di Waters, amplificato sperimentalmente con un eco Binson, e impreziosito anche dal lungo assolo "slide" della chitarra di Gilmour. Da ricordare anche "Fearless", brano più quieto, caratterizzato da un coro dei tifosi del Liverpool nel finale.

Nel maggio 1971 viene pubblicato anche Relics, raccolta contenente diversi singoli mai apparsi su Lp, risalenti al periodo-Barrett, ma anche alcune perle del "primo" Waters edite solo su 45 giri, come la splendida ballata acustica di "Julia Dream".

Successivamente, i quattro decidono di registrare, con la direzione di Adrian Maben, un concerto senza pubblico tra le rovine di Pompei: il risultato è eccezionale, il complesso suona in maniera efficace vecchi e nuovi successi in uno scenario straordinariamente suggestivo. Il film Live At Pompei (1972) di Adrian Maben è una efficace e suggestiva testimonianza della straordinaria portata emotiva e visuale della musica dei Pink Floyd di questo periodo.

Nel '72 si presenta ai Pink Floyd la possibilità di confrontarsi nuovamente con l'esperienza delle colone sonore: è ancora una volta Barbet Schroeder a commissionare la musica per il suo nuovo film, "La Vallée". Stavolta l'operazione si rivela un fallimento soprattutto per colpa del film, giudicato dalla critica come opera sciatta e inconcludente.

L'album che ne deriva, Obscured By Clouds, smontato dai critici, va ricordato soprattutto per le atmosfere marcatamente rock, per la maturità dei testi di Waters e per alcuni pezzi orecchiabili come "Free Four" e "Childhood End".

Nello stesso periodo, il complesso lavora allo sviluppo di una suite concettuale sull'alienazione umana, il cui titolo provvisorio è "Eclipsed - A Piece For Assorted Lunatics". La suite viene "rodata" dal vivo per lungo tempo, prima di essere elaborata in studio con l'inserimento di effetti particolari, grazie all'aiuto del tecnico del suono Alan Parsons. Ne scaturisce uno dei grandi kolossal della band, The Dark Side Of The Moon.

Superbo saggio di produzione audio-fonica, forte di contenuti testuali ad effetto (con riferimenti alla natura effimera della vita, al denaro, all'incomunicabilità e alla follia) il disco presenta tuttavia alcuni passaggi a vuoto, a cominciare dall'insipida "Money" (con il celebre sassofono di Dick Parry), per poi passare attraverso i trucchi (talvolta ruffiani) di "Speak to Me" e "On the Run", perfette comunque nel rendere lo stato di ansia del protagonista, riuscendo a fondere, tra rumori e soluzioni sonore d'avanguardia, momenti di alto contenuto sonico-spaziale, ponendo le coordinate su cui si poggia il pensiero pessimista di un Waters alquanto disorientato, autentico ambasciatore di quel tema dell'incomunicabilità di cui "The Dark Side" risulta un drammatico spaccato. Non mancano, però, momenti di intenso lirismo, come dimostra "Time", trascinante nella sua felicissima fusione tra testo e musica, con un debordante assolo di Gilmour alla chitarra. La prima parte del disco si completa con una elegia alla pazzia, ma anche, allo stesso tempo, alla libertà dell'uomo, schiavo di una società che tende a opprimerlo: "The Great Gig in the Sky", dominata dai vocalizzi di derivazione soul-gospel di Clare Torry, in grado di fondere fiammante liricità e drammaturgia quasi cinematografica. "Us and Them" vorrebbe rievocare "Breathe In the Air", ma la melodia, sebbene pink-floydiana al 100%, risulta convincente solo se inserita nel contesto dell'album. Un discorso che vale un po' per tutto "The Dark Side of the Moon": ciò che rende immortale quest'opera è il suo inconsueto approccio con l'art-system dell'epoca, qui fotografato in tutte le sue direzioni possibili. Per il rock si trattò di un prodigioso balzo verso un'era futuristica prossima a venire, mentre per quel che concerneva il song-writing i Pink Floyd hanno certamente scritto pagine di più elevata caratura artistica.

Il risultato è comunque eclatante, davanti al gruppo si spalancano le porte del successo mondiale: The Dark Side Of The Moon rimane in classifica per lunghissimo tempo, divenendo uno dei maggiori successi commerciali di sempre. Tanto in Europa quanto in America, schiere di nuovi fan si raccolgono attorno al fenomeno Pink Floyd, lasciando anche una pesante incognita sul seguito da dare a un lavoro così fortunato. E' da questo disco in poi che Waters (autore di tutti i testi) assume sempre di più i gradi di leader della formazione.

Per oltre un anno i quattro rimangono inattivi dal punto di vista compositivo, per poi ritrovarsi in studio nel '74 con la sola certezza di "Shine on You Crazy Diamond", anche questo un brano piuttosto lungo, formato dai contributi dei quattro musicisti e guidato dagli assoli alla chitarra di Gilmour.

In un primo momento si pensa di riservare la prima facciata alla suite e la seconda a due brani: "Raving and Drooling" e "You Gotta Be Crazy". La lunga "gestazione" di Wish You Were Here suggerisce però ai Pink Floyd di intraprendere una strada diversa, trasferendo sul disco la sensazione di apatia e meccanicità che aleggiava su di loro: vengono scartati i due brani riservati alla seconda facciata, sostituti con nuove composizioni come la title-track (destinata a diventare una delle canzoni più famose della loro produzione), "Welcome To The Machine" e "Have A Cigar" (con alla voce Roy Harper), zeppe di accenni alla macchina tritatutto dello show-business. "Shine On You Crazy Diamond", invece, viene divisa in due parti, che aprono e chiudono il disco. Ne viene fuori un concept album sulla purezza e l'innocenza ormai perdute, con riferimenti neanche troppo velati a Syd Barrett, che si dice si fosse intrufolato, per un'ultima volta, negli studi durante le registrazioni. Musicalmente parlando, l'album è una gradevole prova stilistica, anche se si nota, rispetto agli album precedenti, la mancanza di quegli spunti innovativi che avevano sempre caratterizzato la produzione del gruppo inglese.

Per rivedere i Pink Floyd in studio bisogna aspettare il 1977, anno in cui i quattro decidono di raccogliere in un disco il materiale scartato dall'album precedente. Il nuovo lavoro nasce così dall'adattamento musicale e testuale di vecchi pezzi scartati come "You Gotta Be Crazy" e "Raving and Drooling", secondo un nuovo filo conduttore: il riferimento al mondo animale. I due pezzi diventano rispettivamente "Dogs" e "Sheep" e insieme alla nuova "Pigs (three different ones)" e alle brevi parentesi iniziale e finale di "Pigs On The Wing", vanno a costituire Animals, un'invettiva contro alcune figure della società (con i testi di Waters "cattivi" come non mai), orwellianamente sostituite dalle specie animali. Dal punto di vista tecnico, degna di nota è la trascinante costruzione ritmica, con tutti gli strumenti sempre in perfetta armonia, quasi fusi tra di loro a generare un unico suono, senza mai ricorrere a virtuosismi fini a se stessi.

Dopo la pubblicazione di Animals, i Pink Floyd partono per un lungo e massacrante tour mondiale. Sarà in questa occasione che Waters, anche a causa di spiacevoli episodi, che lo vedranno protagonista perfino di screzi col pubblico, comincerà a sviluppare l'idea che porterà i quattro alla costruzione del loro ultimo capolavoro: The Wall.

L'album, ispirato a quella sorta di "muro" di incomunicabilità che si era venuto a creare tra il complesso e il pubblico (un muro che col passare del tempo si arricchirà nella testa di Waters di tanti mattoni fino a farlo diventare un emblema dell'alienazione e dell'estraniazione dal mondo a tutto raggio) è sviluppato su due dischi e abbraccia diverse tematiche come discriminazioni, istruzione, show-business, fascismo e implicazioni autobiografiche di Waters, sempre più "padre padrone" del gruppo (durante le registrazioni nascono forti contrasti con Gilmour e, al termine della gestazione dell'album, Wright viene allontanato). Per gli arrangiamenti la band fa nuovamente ricorso a effetti eclatanti e addirittura a parti orchestrali, grazie all'aiuto esterno di Michael Kamen. Pur vantando alcuni pezzi eccezionali come "Another Brick in the Wall, part 2", "Hey You", "Is There Anybody Out There?" e "Comfortably Numb" (con il memorabile assolo di chitarra di Gilmour), il disco è essenzialmente un'opera unica: nessun brano è slegato dal precedente e tutti sono funzionali allo svolgimento della storia che ha nella rockstar Pink (che talvolta ricorda la figura di Barrett, mentre in altri momenti è l'alter ego dello stesso Waters) il frustrato protagonista. "Another Brick in the Wall, part 2", in particolare, si rivelerà uno dei più grandi hit della band: preannunciata dall'arrivo degli elicotteri, è una canzone di una semplicità disarmante, costruita su un solo accordo ma impreziosita dall'ennesimo solo di chitarra di Gilmour e da un coro dei bambini, composto da 23 ragazzi della Islington Green School di Londra, di età compresa fra i 13 e i 15 anni. Il celebre verso del ritornello ("non abbiamo bisogno di istruzione, non abbiamo bisogno di controllo del pensiero") sarà utilizzato dai manifestanti neri in occasione dell'anniversario della sommossa di Soweto repressa nel sangue: il governo razzista del Sud Africa proibirà la diffusione del brano e ne ritirerà tutte le copie dai negozi. Pur permeato da una visione cupa e pessimistica della vita, il disco si conclude comunque con il "crollo" del muro e con il messaggio di speranza di "Outside the Wall".

L'album sarà premiato dal successo di vendite (clamoroso per un'opera su doppia distanza) e si presterà a una difficile quanto magnifica rappresentazione dal vivo: gli spettacoli saranno pochissimi ma memorabili, con il muro costruito a poco a poco sul palco, enormi pupazzi gonfiabili e coinvolgenti proiezioni. Da The Wall sarà tratto anche il film omonimo, con la regia di Alan Parker e Bob Geldof nel ruolo del protagonista Pink.

Il complesso esce però dall'esperienza alquanto provato: i dissidi tra le due anime del gruppo (Waters e Gilmour) appaiono difficilmente sanabili e Wright, come detto, viene allontanato.

I quattro decidono comunque di tornare in studio per registrare un album che, negli intenti, dovrà raccogliere il materiale scartato dal precedente lavoro.

La guerra per le isole Falkland-Malvine, però, fa scattare una scintilla nella mente di Waters, che decide di comporre nuovo materiale con un comune denominatore nella mancata realizzazione del sogno di pace postbellico.

L'album che ne viene fuori, The Final Cut, è in pratica una creatura del solo Waters, con gli altri membri relegati al ruolo di musicisti (e spesso neanche a quello). Di tutti gli album dei Pink Floyd è il meno coinvolgente, anche se la bellezza di alcuni brani (su tutti "The Gunners Dream" e "The Post-War Dream") rimane inattaccabile.

Purtroppo il titolo del disco si rivela molto presto profetico, costituendo l'atto finale di Waters come membro della band.

La volontà del bassista di sciogliere i Pink Floyd porterà a una lunga querelle con strascichi giudiziari per l'utilizzo di un marchio ormai sinonimo di best-seller, che vedrà Gilmour e Mason avere la meglio.

Il chitarrista, con l'aiuto di illustri musicisti e il modesto supporto di un Mason quantomeno svogliato, pubblicherà nel 1987 A Momentary Lapse Of Reason, mentre nel 1994, con il rientro a pieno titolo di Wright e Mason nelle vesti di compositori ed esecutori, uscirà The Division Bell.

I dischi, colmi di spunti tutt'altro che innovativi, seguiti dalle rispettive testimonianze live, Delicate Sound Of Thunder (1988) e Pulse (1995), se non altro ci consegnano dei musicisti tirati a lucido e sempre pronti a emozionare il pubblico, con concerti dagli apparati scenici mastodontici (da ricordare il famoso episodio di Venezia) e notevoli esecuzioni del glorioso repertorio.

Più recente è la pubblicazione di furbe operazioni commerciali come The Wall Live e un improbabile "Best of", che se non altro hanno l'intento di attirare nuove schiere di appassionati verso il mito senza tempo dei Pink Floyd.

DIRE STRAITS
I sultani dello swing

 

Guidati dalla sfavillante Stratocaster di Mark Knopfler, i Dire Straits hanno saputo coniugare un rockabilly d'effetto con il grande successo commerciale. Ecco la loro storia: dagli esordi, con "Sultans of Swing", fino allo scioglimento che ha aperto le porte all'altalenante carriera solista di Knopfler


 

I Dire Straits sono una delle band rock di maggior successo commerciale degli anni Ottanta. A guidarli è il chitarrista, cantante Mark Knopfler (1949, Glasgow, Scozia). Figlio di un affermato architetto, dopo essersi dedicato brevemente all'insegnamento di letteratura inglese, lavora come critico rock per lo Yorkshire Evening Post mentre la sera si esibisce come leader dei Brewer's Droop, gruppo di pub-rock.

Nel 1977, Knopfler guida un trio formato insieme al fratello, il chitarrista David (1951, Glasgow, Scozia) e al bassista John Illsley (1949, Leicester, Gran Bretagna).

Dopo il reclutamento del batterista Pick Withers, nascono i Dire Straits: grazie ad un demotape di 5 brani incontrano i favori del critico musicale e disc jockey londinese Charlie Gillett, conduttore del programma radiofonico Honky Tonkin' per la BBC.

L'entusiastica risposta del pubblico alla serrata programmazione del brano "Sultans Of Swing" convince il produttore Muff Winwood (fratello del celebre Steve) a mettersi al lavoro con il gruppo per Dire Straits, esordio a 33 giri, registrato in soli 12 giorni e pubblicato nell'ottobre 1978. Lo stile del gruppo è essenziale, scarno, improntato ad un rock blues di derivazione tradizionale guidato dalla voce roca e dall'agile ed espressiva chitarra solista di Mark Knopfler. Le canzoni sono di stampo dylaniano (specialmente nell'uso della voce), mentre lo stile del leader deve molto a personaggi come J.J. Cale e Albert King. L'album è trascinato nelle posizioni alte delle classifiche di vendita dal singolo "Sultans Of Swing", una lunga cavalcata che ben evidenzia tutti i tratti stilistici caratteristici (in particolare il continuo dialogo, botta e risposta, tra la voce e la chitarra di Mark Knopfler) e destinato a diventare uno dei cavalli di battaglia dei concerti dal vivo.

 

Mark Knopfler conquista il titolo di miglior chitarrista del 1979 e Bob Dylan lo invita a partecipare alle sedute d'incisione di "Slow Train Coming" (agosto 1979).

Communiqué (giugno 1979) è prodotto dai veterani Jerry Wexler e Barry Beckett e ricalca gli stilemi musicali dell'esordio. Riesce a vendere 3 milioni di copie pur non potendo contare su singoli di sicuro impatto, anche se tutte le canzoni contengono numerosi riferimenti a quelle precedenti, creando rimandi e messaggi cifrati che fanno la felicità dei fan.

Durante la lavorazione del terzo disco, David Knopfler lascia il gruppo (temporaneamente rimpiazzato da Hal Lindes) a causa di dissidi col fratello, per poi dedicarsi a un'opaca carriera solistica. Making Movies (ottobre 1980), nonostante l'appeal più commerciale, proietta definitivamente i Dire Straits nell'Olimpo delle superstar internazionali: lunghi brani come "Tunnel Of Love" e "Romeo And Juliet", diventano (nelle loro versioni su singolo) grandi successi in tutto il mondo e preludono a un lungo tour mondiale che sancisce l'ingresso in formazione del tastierista Alan Clark.

 

L'attesa pubblicazione di Love Over Gold (settembre 1982) viene salutata con grande entusiasmo: l'album contiene cinque lunghi brani arricchiti da ricercati passaggi strumentali e strutture approntate per dare largo risalto al talento chitarristico di Knopfler: accusato di essere leggermente prolisso (come dimostra "Telegraph Road"), l'album diventa disco d'oro negli Stati Uniti e rimane quattro settimane consecutive al vertice delle classifiche britanniche, spinto al successo dal singolo atipico e dall'incedere rarefatto intitolato "Private Investigations". Anche il batterista Pick Withers abbandona e viene rimpiazzato dall'ex batterista dei Man e dei Rockpile Terry Williams. Alla formazione si aggiunge anche il tastierista Tommy Mandel.

 

Dopo un lungo tour, dal quale viene tratto il doppio live Alchemy (registrato all'Hammersmith Odeon di Londra nel luglio 1983 e pubblicato solo nel marzo 1984), esce Twisting By The Pool (febbraio 1983), mini album di brani in stile rhythm&blues e rockabilly anni '50. Per i successivi due anni Mark Knopfler si dedica a progetti solisti bloccando l'attività del gruppo: incide alcune colonne sonore (tra cui, nel 1983, Local Hero per l'omonimo film del regista Bill Forsyth), suona con Van Morrison in "Beautiful Vision" del 1982 e con Bob Dylan nell'album "Infidels" (novembre 1983), si riconcilia col fratello David collaborando al suo "Release" (1983), scrive i 7' 11" del singolo "Private Dancer" per l'omonimo album (del 1984) di Tina Turner e produce l'album "Knife" (1984) degli Aztec Camera. Nella lunga pausa anche Illsley pubblica l'album solistico "Never Told A Soul" (1984), cui farà seguito l'ugualmente sfortunato "Glass" (1988).

 

Pubblicato nel maggio 1985, Brothers In Arms vede ormai Knopfler saldamente al comando di una formazione variabile, composta dal fido Illsley e da vari session men (Omar Hakim e Guy Fletcher) ingaggiati di volta in volta per assecondare le esigenze interpretative dei vari brani. L'album finisce al primo posto in 24 paesi e domina per ben nove settimane le classifiche statunitensi (dove vi rimane per più di due anni) vendendo oltre 9 milioni di copie. Spinto dai singoli "Money For Nothing" (in cui compare anche Sting), "So Far Away", "Walk Of Life" e dalla struggente "Brothers In Arms", l'album diventa il più venduto degli anni '80 in Gran Bretagna.

All'apparizione al Live Aid fa seguito un mastodontico tour di oltre 200 date, l'ultimo prima di una vacanza di diversi anni, talmente lunga da lasciar presumere un definitivo scioglimento del gruppo.

 

Tra il 1986 e il 1990, Knopfler è ancora assai attivo come produttore (lavora con Tina Turner, Willy DeVille, Randy Newman, Joan Armatrading), come strumentista (al fianco di Eric Clapton, Bob Dylan e come ospite di numerose iniziative benefiche) e in veste di autore di colonne sonore per documentari televisivi ("The Princess Bride" del 1987) e pellicole cinematografiche ("Lucas" di David Seltzer e Linda Sutton, del 1986 e "Last Exit To Brooklyn" di Uli Edel, del 1990).

 

A nome Dire Straits esce solo l'antologia Money For Nothing (ottobre 1988), che riporta nelle posizioni alte delle classifiche il brano omonimo.

Nel 1989 Knopfler forma The Notting Hillbillies (insieme ai validissimi musicisti Brendan Croker, Guy Fletcher e Steve Phillips), un supergruppo country rock con cui pubblica Missing... Presumed Having A Good Time (1990), un disco di grande successo, e quindi Neck And Neck, godibilissimo album di duetti incisi con il chitarrista Chet Atkins.

Lungamente atteso, nel settembre 1991 esce On Every Street, il nuovo album dei Dire Straits ora composti da Knopfler, Illsley, Clark e Fletcher, più vari session men. Deludente sotto tutti i punti di vista, il disco ottiene un buon risultato di vendite soprattutto negli Stati Uniti e il tour seguente si protrae senza troppi entusiasmi.

 

L'album dal vivo On The Night (maggio 1993) sembra essere l'atto conclusivo di un gruppo stanco e senza più idee né motivazioni.

 

Nel 1995 esce Live At The BBC, contenente una ben più vitale performance dal vivo risalente al 1978 e una versione live di 12 minuti di "Tunnel Of Love" del 1981.

Dopo alcune collaborazioni di stampo tradizionale con gli irlandesi The Chieftains, nel marzo 1996 Mark Knopfler pubblica il suo primo vero e proprio album solista, intitolato Golden Heart, inciso tra Nashville, Londra e Dublino e intriso di atmosfere irlandesi grazie alla presenza di ospiti come il suonatore d'arpa Derek Bell (dei Chieftains), Paul Brady e Donal Lunny (già nei Planxty e nei Moving Hearts di Christy Moore). Il successivo album Sailing To Philadelphia (Warner Bros, 2000) conferma il successo, pur senza aggiungere molto al repertorio di Knopfler.

TEARS FOR FEARS

La Storia
Orzabal
e Smith scalarono fino alla vetta l’Olimpo della pop music già al loro debutto nel 1983 con l’album “The Hurting”, una collezione sofisticata di canzoni electro-pop che includeva i classici “Mad World”, “Pale Shelter” e soprattutto il successo planetario “Change”. Il duo inglese di Bath pubblicò poi “Songs from The Big Chair” nel 1985, uno tra gli album più venduti di tutti i tempi, con 3 singoli nella Top 5 negli USA e UK che catapultarono definitivamente il duo nel gotha della Superstar.

Dopo quella pubblicazione la band passò un lungo periodo in tour, promuovendo il nuovo album in giro per il mondo, fu un periodo creativo molto interessante che lasciò la sua traccia sul gruppo nei giorni a venire. Infatti quando “Sowing The Seeds Of Love” venne pubblicato quattro anni dopo, volò immediatamente nelle Top 10 di tutto il mondo contemporaneamente. Un gioioso scoppio Beatlesiano di ricchezza pop melodica accompagnato da un video ugualmente memorabile, premiò l’attesa dei Fans di tutto il mondo.

Ma la crisi tra i due fondatori era ormai tangibile. Dopo uno spettacolo di beneficenza a Knebworth nel giugno del 1990, Curt Smith lasciò i Tears For Fears e si trasferì a New York.. "..La cosa è che noi abbiamo ottenuto un enorme successo" afferma Smith, “…e questo porta una certa pressione. Io parlo per esperienza personale, sotto pressione non sono molto felice, veramente no. Lasciare il gruppo è stato causato da una pura infelicità. Non mi dava più nessuna gioia. Ho attraversato il fallimento del mio matrimonio e poi ho incontrato una persona in America, la mia attuale moglie, noi ci innamorammo e quindi io decisi di trasferirmi. Io volevo andare a vivere a New York, volevo andar via dall’Inghilterra. La verità è che personalmente volevo iniziare una nuova vita e per farlo i Tears For Fears non potevano far parte di questa equazione”.

Con solo Orzabal al timone TFF continuò, pubblicando altri 3 albums e facendo tours internazionali "Elemental" (1993), "Raoul And The Kings Of Spain" (1995), "Saturnine e Martial and Lunatic" (1996). Orzabal racconta che nel 1996 si arrivò al dunque: “…Fu in Sud America, stavamo suonando in Colombia ed era stato un viaggio veramente duro, ancora una volta in concerto, come altre centinaia di volte, e pensai di averne avuto abbastanza”.

Orzabal, il quale aveva due figli piccoli a casa sua a Bath, decise di ritirarsi dai live tour ma anche di continuare a lavorare da casa una musica basata sulla tecnologia, così nel 1999 co-produsse l’album della cantante islandese Emiliana Torrini. Decise poi di pubblicare il suo primo album da solista “Tomcats Screaming Outside” colpì le strade Americane, ma era appena stato pubblicato quando accadde ciò che tutti sanno l’11 settembre del 2001. “Momento fortunato..” dice Orzabal con ironia.

Nel frattempo, Curt Smith stava cominciando a vivere la sua nuova vita pubblicando un album da solista “..Che odiavo” dice, iniziò un programma radio “Syndicated college”, e con un nuovo partner musicale abile chitarrista e cantautore Charlton Pettus formò il gruppo Mayfield. “…iniziai a suonare nei clubs di New York e quello fu il periodo più bello della mia vita, perché stava facendo rinascere il mio amore per la musica, e per le giuste ragioni, tu lo fai perché effettivamente lo vuoi fare, al contrario i TFF alla fine dei ‘90 erano solo divenuti un affare economico, la parte che realmente a me non piace”.

Ancora solo e fuori dal giro in U.K., dice Roland Orzabal, “ogni volta che entravo in una casa discografica, con qualsiasi musica, loro iniziavano ‘Oh, è formidabile! Puoi ricominciare insieme con Curt?’ Il mercato mi forzava continuamente e cose simili”. Finalmente accadde l’inevitabile, Curt e Roland si incontrarono e le cose andarono bene. “Noi avevamo sempre avuto interessi in comune che ci hanno permesso di andare avanti anche dopo la scissione dei TFF negli anni 90”, dice Roland, “…abbiamo amici in comune, era solo una questione di tempo. E fu così che iniziammo a chiacchierare e, bè, di cosa ci preoccupiamo? Vediamo come va a finire”.

Finì proprio nel cuore di "Everybody Loves A Happy Ending", un titolo di cui il duo non potè fare a meno, e che rinforzò solidamente la loro ri-unione. La situazione fu risolta, loro raccontano, dalla facilità con cui fu registrata “Closest Thing To Heaven” la loro prima collaborazione come cantautori dopo tantissimi anni. “…Questa è una di quelle canzoni che viene fatta in un giorno”, dice Curt, “..da quando iniziammo a suonarla al pensiero di finirla, era già fatta”. Aggiunge Roland “..e poi io non avevo scritto melodie come queste da anni”.

Memorabili melodie riempiono le canzoni di "Everybody Loves A Happy Ending", e quelli che sentirono l’influenza Beatlesiana nell’ultimo lavoro di Roland e Curt, ora lo possono riascoltare qui. “Quando facemmo ‘Sowing The Seeds Of Love’ noi stavamo facendo Lennon, dice Roland, “..invece la principale influenza di quest’album è McCartneysogghigna.

Fresco, colorato e splendidamente contemporaneo, "Everybody Loves A Happy Ending" porta il legame dei Tears For Fears nel ventunesimo secolo. Prodotto dai Tears For Fears e Charlton Pettus, l’album è stato mixato da Tim Palmer, La versione italiana dell’album contiene 14 tracce (due più della versione usa): “Everybody Loves A Happy Ending”, “Closet Thing To Heaven”, “Call Me Mellow”, “Size of Sorrow”, “Who Killed Tangerne”, “Quiet Ones”, “Who You Are”, “The Devil”, “Secret World”, “Killing With Kindness”, “Ladybird”, “Last Days On Earth” e le 2 tracce incluse nella versione Italiana “Pullin A Cloud” e “Out Of Control”. Il primo singolo dei Tears For Fears in Italia sarà “Call Me Mellow”, in uscita a fine gennaio 2005. La pubblicazione dell’album nei negozi è prevista il 28 febbraio 2005. Entrambi su etichetta Planet Records/360°.

U2
La parabola di 4 profeti del rock

Hanno tenuto alta per anni la fiaccola del rock celtico, tra salmi e invettive. Oggi si propongono come rockstar viziate e ironiche, che giocano con i generi musicali più disparati. Anche se nell'ultimo disco tentano un ritorno al passato. Farebbero meglio a sciogliersi?

 

 

Gli U2, destinati a diventare una delle band più popolari della storia del rock, nascono nel 1976, l'anno in cui il futuro batterista Larry Mullen jr. mette un avviso nella bacheca della Mount Temple School di Dublino, la prima scuola non confessionale d'Irlanda: "Cercasi musicisti per fondare band". Rispondono Dave Evans, chitarrista, detto "The Edge", Adam Clayton, bassista, e Paul Hewson, cantante, ribattezzato Bono Vox dal nome di un negozio di apparecchi acustici di una via del centro di Dublino. Cominciano a suonare come Feedback, poi diventano Hype, infine, su suggerimento di Steve Averill dei Radiators, scelgono U2, dal nome di un tipo di aerei spia americani della seconda guerra mondiale.
I quattro sono giovanissimi: Mullen ha 14 anni, The Edge 15, Clayton e Bono 16. "Ero un buono a nulla - racconta quest'ultimo -. L'unico lavoro che riuscivo a fare era il benzinaio. Ma la musica per me era la cosa piu' facile dle mondo, mi aiutava a uscire dalla banalita' di una vita da ragazzo di periferia". La morte della madre, cui dedichera' "I will follow", segna per Bono un punto di svolta: la band e' la sua nuova famiglia. E nel 1978 gli U2 sono gia' cosi' affiatati da vincere un concorso rock a Limerick, Irlanda.
"Eravamo invincibili perche' uniti. Eravamo degli idealisti arrabbiati con la voglia di venire alle mani con tutto il mondo", racconta Bono. Poco dopo, l'incontro cruciale con il manager Paul Mc Guinness segna l'inizio ufficiale di una carriera da sogno. Gli U2 - con oltre 70 milioni di dischi venduti in vent'anni - segnano un caso, piuttosto raro nel rock, di fusione tra impegno politico e risultati commerciali. "Non siamo mai voluti diventare un oggetto di culto - precisa The Edge -. La vera sfida era toccare milioni di persone senza accettare compromessi, e non rimanere integri vendendo solo qualche migliaio di dischi".


Boy e October, i primi due album, sono un cocktail di freschezza, ingenuita' ed energia rock. I suggestivi colpi di chitarra di The Edge e la voce intensa e graffiante di Bono sono gia' il marchio della fabbrica U2. E le prime composizioni sono intrise di spiritualita': Bono, The Edge e Mullen, che frequentano per un certo periodo il gruppo cristiano Shalom, ne sono gli artefici. Solo Clayton ne rimane distante. Mentre le altre band si cibano di sesso, droga e rock'n'roll, gli U2 leggono i salmi. "Ci sono poche cose, credo, che possono rivaleggiare con l'eroina per chi cerca una via d'uscita da una vita mediocre - sostiene Bono -. Nel mio caso e' stata la fede a condurmi in alto. E' piu' una questione di spiritualita' che di religione. I nostri occhi sono aperti a un altro mondo, che esiste oltre i limiti monocromi e unidimensionali di quello che ci circonda". E' un Cristianesimo radicale, rivoluzionario. "Piu' del punk, un movimento della classe media che ha poi costretto la classe operaia a dargli la credibilita'". Il trascinante singolo "I Will Follow", propulso dall'incendiario riff di chitarra di The Edge, è il capolavoro di Boy (1980) e il primo brano a lanciare in orbita la band irlandese.

 

October (1981), in particolare, approfondisce in modo più consapevole il tema dell'adolescenza già affrontato in Boy. E' proprio con questo album che Bono e soci dichiarano apertamente la loro religiosità. Il disco si apre con il grido di Bono che intona "Gloria", che può essere visto come una preghiera, un vero inno a Dio, ma anche come la testimonianza della perplessità per il crescente successo che gli U2 stanno vivendo e del difficile modo di conciliarlo nell'ambito di una concezione cristiana della vita. "Gloria" è uno stupefacente condensato di energia e melodia rock: la strofa trascinante e sorretta dal riff di The Edge ci conduce all’epico ritornello dove Bono ha libertà di spaziare con la propria voce sui ricami effettistici della chitarra e dove l’ispirato basso di Clayton svisa sulla cassa in quattro di Mullen. Il tema portante della religiosità si può incontrare anche in pezzi come "Rejoice", "With A Shout" e "Scarlet" (titolo attribuito in un primo tempo all'album), dove Bono ribadisce il concetto che la sua fede non è uno stereotipo ma un sentimento, radicato nella sua cultura e nella sua educazione irlandese.

Oltre alla fede, October mette in evidenza il clima di tensione che si viveva in quegli anni di scontri in Irlanda del Nord. In particolare, con "Tomorrow" gli U2 affrontano il tema della lotta politica e religiosa che infiamma il loro paese e del sangue versato per le strade di Belfast. "Tomorrow" è la canzone più "Irish" degli U2: la presenza nell'accompagnamento delle tradizionali uilleann pipes, le cornamuse irlandesi, rivela il legame dei quattro dublinesi con la tradizione folk del loro paese. Le cornamuse, affiancate alla voce carica di emozione di Bono, danno a  questa canzone un'intensità particolare, accentuata ancora di più nel finale dal falsetto disperato di Bono.

Ma la canzone che forse dà quel tocco magico all'album è proprio la title-track, "October", pezzo lento e caratterizzato dal suono del pianoforte, che esprime la malinconia tipica dell'autunno. Il disco si chiude con una canzone che è anche una domanda "Is that all?", ovvero è tutto qui quello che abbiamo da dire con la nostra musica? Gli U2 si domandano se la musica sia in grado di migliorare il mondo.

 

I temi sociali e politici aumentano nel terzo album, War (1983). In copertina, il viso sconvolto e inquietante di Peter Rowen, il bambino di "Boy". Ma ora lo sguardo e' severo e le labbra sanguinano: e' l'atto d'accusa dell'infanzia contro la guerra. L'hit e' la marcia di "Sunday Bloody Sunday", che ricorda uno dei drammi dell'Ulster: l'uccisione a Derry, nel 1972, di tredici civili da parte dei paracadutisti britannici. Introdotta dal pattern rullato di batteria su cui si inseriscono l’immortale riff di The Edge e il vocalizzo di Bono, è' un inno di pace, ma sarà scambiato per propaganda nazionalista. Una bandiera bianca, issata da Bono sul palco nel suggestivo scenario rosso-arancio di Red Rocks (Usa) durante il concerto immortalato in Under A Blood Red Sky, chiarira' tutto: "Ho paura quando vedo le persone pronte a uccidere per stabilire un confine - racconta il leader degli U2 -. Mi piacerebbe vedere un'Irlanda unita, ma non credo che si possa puntare una pistola alla testa di qualcuno per fargli assumere il tuo punto di vista. L'Ira ha sempre avuto idee sincere, ma sbagliate. Ora, dopo il Good Friday Agreement, il mio Paese è tornato a sperare".

Il disco sfoggia altri gioielli, come la disperata "Like A Song" o l'intensa "Two Heart Beat As One". Ma forse il vero capolavoro è lo struggente inno di "New Year’s Day": costruito intorno al sognante giro di piano suonato da The Edge, offre un altro saggio della forza vocale di Bono e della qualità compositiva della band, che riesce a equilibrare energia e leggibilità, forza e melodia, in un tutt’uno dall’impatto esplosivo.

 

Il rifiuto della guerra torna in The Unforgettable Fire: il fuoco indimenticabile è quello della bomba atomica di Hiroshima. E' il primo album del sodalizio con Brian Eno, maestro dell'ambient music, e con Daniel Lanois, tecnico canadese del suono. Il rock forte e intenso dell'esordio acquista una patina magica. Le canzoni narrano di un'America in crisi, delusa dalla mancata realizzazione dei suoi ideali. Uno dei brani, "MLK", e' un omaggio al profeta nero della pace Martin Luther King. Il singolo "Pride (In The Name Of Love"), cantato da Bono in un registro epico e disperato, e sorretto da un altro memorabile riff di The Edge, diventa uno dei grandi inni del decennio. La commovente title track, maestosa e sinfonica, è un altro capolavoro del gruppo. Ma il disco vive anche di episodi meno noti, eppure altrettanto vibranti, come l'amara riflessione sui demoni della droga di "Bad" e l'elegia malinconica del ritorno a casa di "A Sort Of Homecoming". The Unforgettable Fire è il primo album degli U2 a entrare nei Top 10 di "Billboard" ed è la svolta dell'intera carriera della band, che accentua il suo impegno sociale. All'esibizione sul palco di Live Aid a Wembley, in cui Bono salta dal palco in mezzo al pubblico, seguono il tour "Conspiracy of hope" per Amnesty International, il contributo a "Sun City" contro l'apartheid, le incursioni con Greenpeace per il caso-Sellafield, e il "Self Aid" a favore dei giovani disoccupati irlandesi.


La rivista musicale Rolling Stone proclama gli U2 "il gruppo degli anni Ottanta". Ma alla vetta delle classifiche di Stati Uniti e Gran Bretagna, Bono e compagni arrivano nel 1987, con The Joshua Tree. Il titolo fa riferimento a un cactus gigante che cresce nella Death Valley, ribattezzato Joshua dai primi mormoni giunti in America, come a paragonare quel luogo alla Terra promessa di Giosue'. E' il disco della maturita', sapiente sintesi tra la tecnologia di Eno, l'irruenza selvaggia del trio batteria-basso-chitarra e l'estensione vocale di Bono, con qualche incursione nel blues e nel country. Il disco frutta autentici hit mondiali, da "Where The Streets Have No Name" a "I'm Still Haven't Found What I'm Looking For". Ma non mancano piccole gemme nascoste, come la commovente "Red Hill Mining Town" o la sommessa denuncia sulla tragedia dei desaparecidos di "Mothers Of The Disappeared". Altre volte, invece, la band sembra annaspare in un Adult Oriented Rock un po' stantio e retrivo ("Whith Or Whithout You", "Bullet The Blue Sky").
In generale, gli U2 si "americanizzano", nei suoni e nel look. E negli Stati Uniti riescono a collaborare con "mostri sacri" del calibro di Bob Dylan, Robbie Robertson, Roy Orbison e B.B. King (con cui si esibiscono nel tour "Rattle & Hum").
Ma in patria gli atteggiamenti "messianici" dei quattro sacerdoti del rock suscitano l'ilarita' di gruppi come The Joshua Trio e Sultans of Ping. Questi ultimi dedicano loro l'irriverente "U talk 2 much" ("gli U2 parlano troppo"). Contro la band dublinese si levano anche gli strali della cantante Sinead O'Connor, che li accusa di gestire in modo mafioso la scena rock irlandese tramite l'etichetta "Mother Records".


Nel 1991, con Achtung Baby, gli U2 inaugurano la svolta tecnologica degli anni Novanta. L'elettronica spinta e rumorista, che attinge un po' furbescamente alla moda "industrial", vuole esprimere "le contraddizoni di una societa' in trasformazione". Brani come "The Fly" e "Until The End Of The World", colonna sonora dell'omonimo film di Wim Wenders, hanno un vago sapore apocalittico; il capolavoro del disco è con ogni probabilità lo struggente lento elettrico di "Love Is Blindness", ma il nuovo hit mondiale e' "One", ballata classica dai toni soul.

 

Il successivo show "Zoo Tv", ispirato dall'universo cibernetico dello scrittore William Gibson e dal famigerato "villaggio globale" di McLuhan, è un inferno di suoni e di informazioni, che bombardano il pubblico da decine di teleschermi collegati a due satelliti. Durante il tour viene registrato Zooropa, passo ancora piu' azzardato (e stavolta decisamente fallimentare) nei meandri del pop elettronico, con suoni campionati e brani disco come la vacua "Lemon", che Bono canta in falsetto.
Ma l'impegno sociale resta. La Jugoslavia dilaniata dagli odi etnici appare agli U2 una metafora del conflitto irlandese tra cattolici e protestanti. Parte, insieme a Brian Eno, il progetto-Passengers: "Miss Sarajevo", cantata con Luciano Pavarotti, e' una commovente preghiera di pace in cui l'elezione di una reginetta di bellezza diventa il simbolo della normalita' perduta nella guerra. "Questa notte dobbiamo vergognarci di essere europei", grida Bono durante un concerto. Poi, sempre sul terreno politico, arriveranno gli incontri con Salman Rushdie e il concerto con i premi Nobel per la pace nordirlandesi John Hume e David Trimble.

 

I sacerdoti del rock cambiano pelle. Lustrini e occhiali da sole a goccia al posto dei giubbotti da liceali; capelli rasati al posto di quella zazzera post-punk che - come dice Bono - "ha contagiato intere schiere di calciatori di serie B". L'intimismo degli esordi ha lasciato spazio all'ironia. Il bersaglio e' il "mercato globale", che fagocita tutto e tutti. Anche le rockstar. Addio salmi. Benvenuti al supermarket rock del Duemila.

"Il rock è invecchiato", dichiara Bono dopo l'uscita di Pop (1997). "Cambiare e' il solo modo per sopravvivere", precisa il chitarrista The Edge. Così i quattro apostoli del "fuoco sacro" d'Irlanda approdano addirittura in una discoteca post-moderna che centrifugava suoni, rumori e immagini. Motivi pop, piu' facili ed effimeri, testi meno impegnati e ritmi martellanti stile techno, vogliono rappresentare, nelle intenzioni di Bono e soci, "l'industria della musica". Ma gli U2 sanno benissimo di essere ingranaggi di quel sistema, con i loro capricci da rockstar e i loro show faraonici. Così, ormai, preferiscono affidarsi all'ironia, nelle canzoni e nelle scenografie dei concerti.
La parabola dell'apocalisse consumistica di fine secolo, iniziata con lo show di "Zoo Tv", raggiunge l'apice sul palco del "Pop Mart tour", un supermercato ambulante del rock decollato da Las Vegas e approdato anche in Italia per due date, a Roma e Reggio Emilia. Tutto diventa eccessivo, dall'immenso arco giallo che sovrasta il palco a un limone di nove metri, da un'oliva infilzata su uno stuzzicadenti di 35 metri a un megaschermo da 700 metri quadrati traboccante frammenti psichedelici e pop-art. Il suono puro degli U2 si trasforma in una miscela impazzita di atmosfere ipnotiche dance e di ritmi accelerati techno e jungle, di sprazzi pop "easy" stile Oasis e di elettronica contaminata alla Depeche Mode e Chemical Brothers. Una incursione nel mondo luccicante ed effimero delle discoteche, in cui c'e' spazio per la dance volutamente triviale di "Discotheque", ma anche per gli assoli di chitarra di "Staring at the sun", unica consolazione dei nostalgici.

Ma si può parlare davvero di una svolta commerciale per i quattro ex-integralisti del rock'n'roll? "Non vogliamo restare schiacciati da queste influenze, ma documentarle - si difende Bono -. E' un po' come facevano i Beatles. Gli U2 non saranno mai un gruppo dance. Se la gente ballera' con i nostri pezzi, lo fara' a casa, non sulla pista". Ma per i nostalgici dei primi U2 non c'e' piu' spazio: "Il rock - si giustifica Bono - rischiava  di mummificarsi come la musica folk. Dovevamo venir fuori dal rigore anni Settanta e imparare a prenderci in giro. E' quello che stiamo facendo con i nostri ultimi show".


Soltanto nel 1988, cantavano in "God part II" (da Rattle & Hum): "Non credo negli anni '60, nell'eta dell'oro del pop/ Si glorifica il passato, mentre il futuro e' sempre piu' sterile". Oggi, gli U2 scoprono il pop e guardano al futuro. Per loro, come per altre rockstar (David Bowie, Bruce Springsteen, Sting), il rock e' diventato un vestito troppo stretto, e il trasformismo quasi una necessita'. "Le nostre canzoni piu' interessanti sono nate dalla sperimentazione - spiega il chitarrista The Edge -. Tentiamo cose inedite, perche' e' il solo mezzo per mantenerci in vita. All'improvviso la formula basso-chitarra-batteria e' diventata logora. Invecchiando, il rock si e' appesantito. Ora stiamo lavorando su nuovi ritmi, ma non possiamo fare i cambiamenti rapidi di Bowie; dobbiamo sempre tenere conto di quattro opinioni diverse".

 

Così, per venire incontro all'anima più "tradizionalista" della band, nel 2000 gli U2 tentano un (parziale) ritorno al passato con All that you can't leave behind, ovvero "tutto quello che non puoi lasciare indietro". Nelle undici tracce, la band irlandese tenta di recuperare la semplicità delle origini, dispersa negli ultimi anni tra show futuristi e incursioni in discoteca. Ma in realtà il furore degli esordi è un lontano ricordo, e si ha l'impressione che la deriva pop di Bono e compagni sia ormai irreversibile. L'album, infatti, lascia nel complesso indifferenti, salvo qualche eccezione, come il singolo "Beautiful Day", che racconta della banalità di come un uomo possa perdere tutto, ma essere ugualmente felice. Un pezzo che regala qualche momento d'emozione, anche se, musicalmente, ruba la melodia a "The sun always shines on tv", un vecchio successo degli A-Ha.

Eppure proprio Bono, reduce dalla fresca esperienza di attore e musicista nel film di Wim Wenders "The Million Dollars Hotel", aveva parlato chiaro alla vigilia dell'uscita dell'album. "E' un ritorno alle nostre ballate vecchio stampo - aveva annunciato -. Il pop dice alla gente che tutto va bene, mentre la nostra musica dice il contrario". Concetti simili a quelli già espressi molte altre volte dal leader degli U2, che però ultimamente sembra aver smarrito il senso della coerenza. Dopo All that you can't leave behind, l'impressione che gli U2 si siano trasformati in un gruppo di musica leggera non si è attenuata, ma semmai rafforzata.

 

Il lavoro del gruppo di Dublino nell'ultimo decennio è stato raccolto in U2 - The Best of 1990-2000, album che, in versione limitata, contiene un secondo cd dal titolo The Best of B-Sides, un bonus Dvd con un esclusivo "History Mix" che copre la carriera degli U2 negli anni '90, un trailer del Dvd "The Best of 1990-2002" e una versione inedita live di "Please" e il "backstage" del video del nuovo singolo "Electrical Storm". La versione standard, comprendente un solo cd, raccoglie invece solo i classici (per lo piu' singoli) del decennio 90, oltre ai due brani inediti: il suddetto "Electrical Storm" e "The Hands That Built America", realizzato per la colonna sonora del film di Martin Scorsese "Gangs of New York".

 

Nel 2004 gli U2 recuperano il vecchio produttore Steve Lillywhite per registrare How To Dismantle An Atomic Bomb.

QUEEN
Hard-rock al profumo di glam

I Queen hanno coniato un originale ibrido tra le asprezze hard rock e il pomposo gusto "glam". Con la straordinaria voce di Freddie Mercury in primo piano. Poi, la deriva pop, prima della tragica morte del loro leader

 

 

I Queen sono stati uno dei fenomeni commerciali più notevoli dell'intera storia del rock; la loro carriera, iniziata nei primi anni settanta, si conclude con la morte di Freddie Mercury dopo vent'anni di ininterrotti successi, più o meno meritati. La critica musicale si è spesso espressa con grande vigore polemico contro la band di Freddie Mercury e Brian May, e spesso, dobbiamo dire, a ragione. Tuttavia, lo stesso Mercury non fece mai mistero del motivo per cui continuava a fare musica: "Amo la bella vita" diceva, e vendere milioni di dischi è un ottimo sistema per procurarsi i soldi necessari. La musica dei Queen ha sempre avuto e non ha mai voluto nascondere la propria vocazione alla semplicità d'ascolto, al facile appeal da classifica, e sarebbe un errore rimproverare ai dischi dei Queen questo carattere: essi non sono nulla più di ciò che sono stati concepiti per essere.

Si formano quando il chitarrista Brian May (1947, Londra, Gran Bretagna) e il batterista Roger Meddows-Taylor (1949, Norfolk, Gran Bretagna) sciolgono gli Smile (formati nel 1967 con il cantante Tim Staffell) e si uniscono al cantante Freddie Mercury (nome d'arte di Frederick Bulsara, 1946, Zanzibar, Tanzania - 1991, Londra, Gran Bretagna), già nel gruppo di nome Wreckage, e al bassista John Deacon (1951, Leicester, Gran Bretagna).

Le prime esibizioni risalgono al 1971 ma i quattro ragazzi si dedicano agli studi (raggiungono tutti la laurea: May in astronomia, Taylor in biologia, Deacon in elettronica e Mercury in disegno e illustrazione) e solo nel luglio 1973 esordiscono con il 33 giri Queen. Lo stile, un ibrido tra le asprezze hard rock dei Led Zeppelin e dei Deep Purple e una malcelata voglia di glam vicina a certe manifestazioni di David Bowie e di Marc Bolan, li impone comunque all'attenzione degli ascoltatori più curiosi.

 

Il primo riconoscimento arriva con il 45 giri "The Seven Seas Of Rhye" estratto da Queen II (marzo 1974), accompagnato dal primo tour britannico del quartetto. Il successo arriva quando Sheer Heart Attack (novembre 1974) impone la band con uno stile più personale, dove l'hard rock "melodico" viene caratterizzato dalla straordinaria e potente voce di Mercury. Mentre il singolo "Killer Queen" scala le classifiche, l'album ottiene il primo disco d'oro negli Stati Uniti, dove all'inizio del 1975, i Queen suonano per la prima volta in uno spettacolo tutto loro, senza cioè essere di spalla ad alcun famoso complesso.

Dopo un tour giapponese, nasce l'ambizioso e costosissimo A Night At The Opera che arriva nei negozi nel dicembre 1975, forse l'esempio più riuscito della vena "pastiche" dei Queen, che seppero coniugare in questo disco la massima creatività compositiva con la massima "ascoltabilità". Il celeberrimo singolo "Bohemian Rapsody", una delle canzoni più conosciute della storia del rock, è solo uno degli episodi in cui questa alchimia diventa vera arte. Il titolo del disco, citazione dell'omonimo film dei fratelli Marx, esprime a parole l'idea di fondo dell'opera, che vuole essere una ideale colonna sonora di una serata di intrattenimento "leggero". L'Opera fu infatti un genere di rappresentazione di umilissime origini, e anche nel periodo del suo massimo splendore attirava a teatro persone di estrazione sociale diversissima (Al contrario della musica da camera e sinfonica, che rimasero sempre appannaggio delle classi ricche).

 

I Queen mescolarono alcuni fra i generi musicali più "popolari" di ogni tempo per creare un sound inconfondibile. L'opera e l'operetta, il vaudeville, il music hall, il musical di Broadway, l'hard-rock di Who e Led Zeppelin, la vena glam di Marc Bolan e David Bowie, confluiscono in A Night At The Opera e si fondono magicamente l'uno con l'altro senza soluzione di continuità.

Il disco si apre sulle note di "Death on Two Legs", mid-tempo acido su cui incede il riff cromatico di May. La voce di Mercury è potente, limpida, altamente espressiva. Il cantante si atteggia a guitto e a dandy e non disdegna il crooning, le asprezze, il falsetto, il canto lirico, l'imitazione comica. La fortissima vena teatrale di Mercury, asse portante dei live-show della band, emerge in modo chiarissimo anche in sede compositiva. L'intero disco potrebbe costituire la colonna sonora di un musical, se solo avesse un'unita tematica: non per nulla la successione dei pezzi e lo stile enfatico e drammatico delle melodie della chitarra lo avvicinano alle musiche che Andrew Lloyd Webber scrisse per "Jesus Christ Superstar".

L'uso dei cori e delle armonie vocali nei Queen non è mediato dall'uso che ne fecero alla fine degli anni 50 gli Everly Brothers e successivamente Beatles e Crosby Stills & Nash, ma è preso a prestito direttamente dall'operetta e dal musical. Il coro è qui ripristinato nella sua primitiva funzione di contrappunto al solista. Se i Beatles costruivano i cori sopra alla melodia del canto, i Queen spesso li utilizzano a lato di essa, per creare l'effetto teatrale del botta e risposta.

"Lazing On a Sunday Afternoon" è uno sketch vaudeville: la voce è filtrata perché sembri uscire dal cono di un grammofono. Il pianoforte saltellante, l'atmosfera da Londra di fine ottocento, il testo scopertamente wildeiano mettono a nudo l'ambiguità sessuale di Mercury ("I'm bount to be proposing on a Saturday night") e le potenzialità mimetiche della sua voce.

"I'm In Love With My Car" è un rock dai toni epici, dedicato da Roger Taylor alla sua passione per le automobili. Molti si sono lasciati sfuggire la perfida autoironia di questo brano, in cui l'esile voce di Taylor scimmiotta Plant e Daltrey - e il machismo di un certo rock - inneggiando all'amore per la propria auto.

L'aspetto parodistico della musica dei primi Queen è spesso sfuggito ai recensori coevi e successivi, che spesso li accusarono di autoindulgenza. Anche nella ballata-pop "You're My Best Friend", musicalmente scontata, melodia trita e ritrita, si fa in realtà la parodia della song romantica al pianoforte. I coretti "silly" sono una frecciata, e non una concessione al pop easy-listening. "'39" (in cui il viaggio dei pellegrini del Mayflower è ricordato nella cornice di un forzato abbandono dai toni malinconici) è un brano di ispirazione folk, sempre infiocchettato di coretti, barcollante sul ritmo di un basso da orchestra di liscio, come in un cabaret d'avanspettacolo: la voce di May pare distante, rassegnato. La chitarra elettrica simula il timbro del violino e della fisarmonica. Brian May rimase sempre incollato al suono corposo e centrato sulle frequenze medie che fu peculiare della sua chitarra fatta in casa, ma non fu in seguito più in grado di incorporarlo nella musica con un tale savoir-faire ironico.

"Sweet Lady", unico vero hard-rock classico del disco, è una scopiazzatura degli Who suonata al rallentatore, ed è forse l'unica caduta di tono. Tuttavia anch'essa acquista un altro senso, se si dà credito all'interpretazione "parodistica" dell'opera nel suo insieme.

"Seaside Rendez-vous" è l'ideale proseguimento delle atmosfere da music-hall londinese di "Lazing on a Sunday", trasportate nella Francia della "belle-epoque". E' vera musica da cabaret, con tanto di campanelli e assolo di kazoo; mancano solo le ballerine di contorno. "The Prophet's Song" è la traccia più ambiziosa del disco, e ne costituisce l'ideale centro. La "gemella povera di Bohemian Rapsody" come è stata più volte erroneamente definita, è una mini-suite con introduzione acustica, tema hard rock, bridge corale per voci sovraincise e ritorno al tema. Ricalca nella struttura quel capolavoro che è "My God" dei Jethro Tull, e ne eredita e accentua la teatralità. Qui, più che in ogni altro luogo del disco, il parallelo con il musical è azzeccato. La scena madre della profezia dell'oracolo, di millenaria tradizione letteraria, è tratteggiata con enfasi verbale e melodica. Il cantante è uno, ma capace di infiniti travestimenti: ogni volta che Mercury cambia registro, o che il coro si inserisce nella tessitura, viene data la parola ad un personaggio diverso.

La sezione centrale è un assolo della voce di Mercury, sovrancisa quattro volte l'una sul'altra in modo non sincronico: più voci cantano la stessa melodia in momenti diversi partendo a intervalli regolari, in una sorta di contrappunto sfalsato. In realtà questa forma canora è usatissima nelle filastrocche popolari dell'Europa continentale. Senza soluzione di continuità si passa a una commovente canzone d'amore: "Love of My Life". Pur nel pomposo arrangiamento per pianoforte, voce e cori, la melodia mantiene l'aspetto e l'umore della serenata alla finestra. Gli spunti di chitarra elettrica simulano una viola, e la conclusione è affidata ad un'arpa, questa volta autentica.

Con "Good Company" il personaggio cambia di nuovo e ci troviamo di fronte a un guitto di strada (Brian May) che racconta la sua triste storia con in braccio un ukulele. Ancora la chitarra elettrica si traveste, stavolta riecheggia l'organetto a manovella.

Alla fine del disco troviamo la leggendaria "Bohemian Rapsody": un prodigioso riassunto di alcuni secoli di storia della musica popolare europea e non. Ci sono i canti di Natale in chiesa, i Platters, i Led Zeppelin, l'opera, il melodramma di Monteverdi, le cantate di Bach, le melodie corali di Verdi, Frank Sinatra, il musical di Broadway. Il tutto preso e frullato senza rispetto per successioni cronologiche: il canto da chiesa si innesta sulla power-ballad, assoli di chitarra conducono dalle atmosfere del cabaret a quelle dell'Opera, in un tripudio di sovrancisioni vocali, spunti melodici, riff veementi che simulano le progressioni dei fiati in un orchestra fra cori angelici e demoniaci, senza perdere mai di vista il tema melodico principale.

 

La "serata all'opera" si conclude con una trasposizione per chitarra elettrica dell'inno nazionale britannico. Tanto fedele quanto ironicamente "corretta", "God Save The Queen" è un ultimo sberleffo, rivolto a Sua Maestà la Regina d'Inghilterra e a "Sua Maestà il Re della chitarra" Jimi Hendrix, che a Woodstock aveva eseguito una versione infuocata (e a sua volta polemica) dell'inno nazionale americano.

L'eccezionale riscontro di vendite di A Night At The Opera riporta i primi tre album nelle posizioni alte delle classifiche britanniche, mentre l'inizio del 1976 vede il complesso impegnato negli Stati Uniti per un lungo tour che, comunque, non impedisce ai quattro di rientrare in studio per registrare A Day At The Races (dicembre 1976), pronto per il mercato natalizio. Sfruttando la formula vincente, il disco lancia un altro elaborato 45 giri, "Somebody To Love", dove gli incastri vocali e una certa vena epica sfruttano la riconoscibilità del sound.

 

Un ritorno a sonorità più dure avviene con News Of The World (novembre 1977), contenente due delle più celebri canzoni del gruppo, "We Will Rock You" e la famosissima (e vendutissima) "We Are The Champions". La vena magniloquente tiene ancora e il disco si fa apprezzare con buoni momenti di hard rock "melodico" ben suonato.

Jazz (novembre 1978), Live Killers (doppio live del giugno 1979) e The Game (luglio 1980) chiudono il primo periodo della carriera del gruppo con una serie di successi e un contenuto artistico di sempre minore spessore, sospesi tra tentazioni danzerecce ("Another One Bites The Dust") e ballate melense ("Jealousy"), senza dimenticare un pop abbagliante ("Bicycle Race" e "Play The Game") ancora vincente sul mercato.

Gli anni '80 si aprono con la colonna sonora del film Flash Gordon di Mike Hodges (il 45 giri "Flash's Theme" è un grande successo) e l'ottima alzata di tiro del 45 giri "Under Pressure" inciso con David Bowie, per poi proseguire con un deciso cambio di direzione verso scontate sonorità dance: Hot Space (maggio 1982), The Works (febbraio 1984), l'autoindulgente e celebrativo Live Magic (1986), A Kind Of Magic (giugno 1986) sfornano singoli a ripetizione di scarso valore ("Body Language", "Radio Ga Ga", "I Want To Break Free", "A Kind Of Magic", "Who Wants To Live Forever") che rendono imbarazzante, obsoleta e fin patetica l'attività della formazione, sempre più attenta a creare effetti speciali e show atletici più che arte musicale di un qualche spessore. La musica non cambia con The Miracle (maggio 1989) che lancia un altro pomposo singolo ("I Want It All") e con i due successivi e spudorati Greatest Hits di incredibile successo.

 

Nel febbraio 1991 il 45 giri "Innuendo" annuncia l'omonimo e trascurabile album, ma la storia dei Queen sfocia in tragedia quando (dopo una lunga rincorsa di voci e pettegolezzi) Mercury conferma, in un comunicato stampa, di essere malato di Aids: il 24 novembre 1991, l'istrionico cantante muore, lasciando milioni di fan nella disperazione. 

I Queen decidono di fermarsi, ma prima di morire Mercury ha spremuto le sue ultime energie incidendo diverse canzoni, tra cui il commovente brano-epitaffio "The show must go on". Nel novembre 1995, in un periodo di calo delle vendite del catalogo, i sopravvissuti Queen pubblicano questo materiale (perfezionato e confezionato nel solito amato stile) nell'album Made In Heaven. È l'ultimo capitolo di un gruppo che ha caratterizzato, nel bene e nel male, un genere di largo consumo a cavallo tra hard rock e musica leggera, producendo risultati apprezzabili soprattutto nei primi anni di attività.

 

L'arte dei Queen è una delle più emblematiche espressioni musicali della "riscoperta" del barocco nel Novecento. La versione dei Queen di una "musica caleidoscopio", tragica e comica al tempo stesso, aperta verso l'infinitamente grande e verso l'infinitamente piccolo, malata di grandeur e disillusione, un gran calderone in cui mescolare ingredienti impossibili, è per molti aspetti vicina nello spirito al barocco letterario degli inizi del '600, e ci regala uno dei momenti più alti di quella follia disorientata - tipicamente novecentesca -  priva di certezze sulla via da seguire, che darà origine da un lato alle tendenze minimaliste che segnano tutto il nostro tempo, dall'altro ad alcuni episodi isolati di malinconica smania di grandezza.

 

THE POLICE - STING
Un'esplosione reggae-rock

Nati in piena era punk, i Police hanno ammorbidito le rudezze di quel suono dando vita ad un originale reggae-rock, meno selvaggio ma sempre trascinante, e sfornando un'incredibile sequenza di classici anni 80. Sting ha poi intrapreso una discontinua carriera solista

 

Non possono essere definiti un gruppo totalmente rock, non possono nemmeno essere liquidati come un semplice gruppo pop, non sono mai stati veramente punk. I Police sfuggono alle facili catalogazioni perché di fatto sono stati fuori dagli schemi soprattutto per merito dei grandi pezzi che suonavano, classici senza tempo che uscivano a fiumi dalla penna di Sting, erano suonati da musicisti eccelsi in tecnica e capacità interpretative e grazie a questo sono rimasti nel cuore di tanti, da chi ha gusti musicali più semplici a molti attenti ascoltatori rock.


Sting, vero nome Gordon Matthew Sumner, è figlio di un lattaio e di una parrucchiera di Newcastle, città portuale inglese. Spinto dal bisogno di denaro e dal desiderio di uscire dal grigiore di una vita passata tra l'ufficio imposte dove lavora e la scuola per maestri elementari della città, Gordon si dedica al jazz nei locali della zona. Il maglione a righe gialle e nere che è solito indossare in queste serate gli procura il soprannome di Sting (pungiglione). La sua vita scorre più o meno tranquilla tra le scuole dove comincia a insegnare e il gruppo jazz-rock dei Last Exit, che nell'area di Newcastle si procura un certo successo grazie alla sua presenza scenica di bassista cantante, ma assolutamente non riesce a farsi notare altrove.
Il maestro elementare Gordon Sumner di Newcastle, provincia industriale inglese, mai avrebbe immaginato di riuscire a salire tutti i gradini del successo fino al paradiso delle superstar se non fosse stato per Stewart Copeland, statunitense, figlio secondogenito di un funzionario della Cia il quale, messosi in proprio, comincia a trascinare per il mondo la famiglia, da Washignton al Cairo, da Amman a Beirut, accumulando anche amicizie importanti, da Nasser a George Bush senior.


Miles, il fratello maggiore di Stewart e futuro manager dei Police, segue ovviamente anch'egli la famiglia negli spostamenti, ma utilizza tutte quelle esperienze e possibilità di viaggiare per diventare un rock manager. In questa veste, a metà anni 70, entra in contatto con Darryl Way, ex membro del gruppo progressive dei Curved Air, che aveva raggiunto una certa notorietà. Quando Way dopo incerte esperienze con altri musicisti decide di riformare i Curved Air per bisogno assoluto di denaro, dopo un primo tour con i componenti originari, accetta come batterista il giovane Stewart Copeland, il quale si ritrova dunque di punto in bianco in una delle formazioni progressive più note con la quale incide due album: "Airborne" e "Midnight Wire". Stewart da quell'esperienza capisce anche che il progressive al suo ultimo stadio è una macchina senza freni lanciata giù per un precipizio, dove il gioco dei costi delle incisioni e dei tour stellari non vale mai la candela né artistica (per produrre entrate sufficienti a coprire almeno i costi e restituire i congrui anticipi ricevuti tutto deve per forza essere commerciale), né alla fin fine dei guadagni.
Mettere il cosmopolita e multilingue professionista Stewart Copeland assieme al provinciale e mentalmente ristretto dilettante Sting sembrava davvero impossibile, ma il destino segue strani schemi. Il disgusto di Copeland per il mondo dei dinosauri rock trova sfogo nel punk, che egli abbraccia improvvisamente, come folgorato sulla via di Damasco. Nel dicembre 1976 si reca a Londra a trovare il fratello, che ha preso un ufficio proprio al piano di sotto di quello dei Sex Pistols, dall'altra parte della strada del 100 Club, e quindi si ritrova proprio nell'occhio del ciclone, e rimane sconvolto dalle idee e dalla filosofia musicale punk, decidendo così su due piedi di formare un trio. Avendo conosciuto casualmente Sting, ed essendone rimasto estremamente colpito, lo contatta telefonicamente e insiste per farlo venire a Londra a vedere quel che sta succedendo.
Sting, che si è appena sposato con l'attrice Frances Tomelty e ha un figlio neonato, è economicamente sull'orlo del collasso, ma accetta l'impresa di trasferirsi armi e bagagli a Londra. Stewart recluta anche il chitarrista Henri Padovani, tecnicamente modestissimo ma grintoso, e nel gennaio 1977 il gruppo comincia a provare.


Dopo nemmeno un mese i Police tengono i primi concerti suonando molto in giro e cominciano a farsi conoscere. Il problema è che il mentalmente ristretto e arrogante Sting proprio con i punk non si ritrova, esordendo talvolta davanti al pubblico in questi termini: "Va bene. Adesso suoneremo un po' di punk, il che vuol dire che i testi sono banali e la musica fa schifo!". L'energia che i tre sprigionano in concerto mette però a tacere le proteste e il loro seguito comincia a crescere. L'establishment punk dei Clash e dei Sex Pistols tollera i Police, ma li snobba considerandoli sostanzialmente degli opportunisti, il che per certi versi è anche vero: Sting usa il punk come trampolino per il successo, Stewart Copeland per rifarsi una verginità. Padovani riferisce di una clamorosa rissa con i Damned una sera in cui i Police dovevano aprirne il concerto. Come racconta Sting: "C'era come un giro più intimo di cui non facevamo parte e nel quale non cercavamo di penetrare. Certo, non avrei disdegnato di farne parte, ma non avrei perso la calma perché Dave Vanian aveva rifiutato di parlarmi una sera al Roxy". I Police non si scoraggiano certo per queste cose e in puro stile do it yourself nell'aprile '77, pagandosi pochissime ore di studio, incidono per la loro etichetta Illegal Records il primo singolo "Fall Out/Nothing Achieving", due canzoni di Copeland che all'epoca è il principale compositore. Il singolo ha un certo successo in ambito punk.


Man mano che le composizioni di Sting prendono piede, data la maggior complessità armonica e di accordi, per Padovani diventa sempre più difficile seguirlo, così ancora Copeland porta nella formazione il chitarrista Andy Summers. Egli è di dieci anni più anziano dei tre e ha alle spalle una incredibile esperienza professionale, essendo stato fin da ragazzino con varie formazioni celebri negli anni 60, come la Zoot Money's Big Roll Band (tra gli idoli dei mod) e gli Animals, dopodiché il suo amico Robert Fripp lo aveva inserito nella band di accompagnamento di Neil Sedaka, si era ritrovato a suonare nella prima edizione del Rocky Horror Show, aveva inciso album con Kevin Coine e i Soft Machine, era stato chiamato da John Lord dei Deep Purple a incidere le sue composizioni per gruppo e orchestra e da Mike Oldfield a suonare nella tournée orchestrale di "Tubular Bells". Insomma, era un veterano del rock che di fronte al terremoto punk si era reso conto di quanto in realtà quello che contava fosse riportare la musica all'essenza, al ritmo e alla semplicità del rock & roll; conosciuti i Police, chiede di unirsi al gruppo e Copeland lo accoglie a braccia aperte.


La formazione a quattro dura pochi concerti e Padovani, resosi conto di essere ormai impossibilitato a tener dietro, abbandona. A metà del 1978, ormai senza più limiti compositivi grazie all'apporto del nuovo chitarrista, i tre trovano nella A&M la casa distributrice e sempre per la loro Illegal incidono il primo Lp, intitolato Outlandos D'Amour, che esce nel novembre di quell'anno, sebbene il singolo "Roxanne" sia in circolazione già da febbraio.
Il primo album dei Police è già denso di classici, da "Roxanne" a "Can't Stand Losing You", a "So Lonely", a "Next To You". Dopo le sfuriate iniziali delle canzoni di Copeland, con la crescita compositiva data dall'apporto di Sting, le immense capacità strumentali dello stesso batterista e l'eclettismo di Summers, i Police hanno sposato il lato più reggae del punk, facendo propria la musica giamaicana con forte personalità. C'è già in questo disco una forza granitica, data da giri di basso nitidi e avvolgenti, dalla batteria fatta di colpi secchi ed esplosivi, centrata sulla rivoluzione copelandiana del charleston usato come nessuno aveva fatto fino a quel momento, come vero e proprio fulcro del drumming, e soprattutto da uno stile di composizione da "colpo al cuore" immediato.
"Next To You", apre il disco con un ritmo potente e un assolo elementare e tirato di Summers che disegnano l'unica canzone veramente punk mai finita su un disco dei Police. Segue "So Lonely" ed è subito reggae, ma appunto marcatamente "bianco", in una strana combinazione estremamente personale. "Roxanne" è il primo grande classico di Sting. Sebbene sia uscita da mesi, ha incontrato problemi di censura radiofonica: poiché parla dell'amore per una prostituta, la Bbc si rifiuta di trasmetterla. La canzone è un mid-tempo reggae-rock che trova i suoi "ganci" nell'inizio marcato da un giro di basso killer su una scala discendente e dal canto acuto di Sting, nei break ripetuti a separare le strofe preceduti da doppi colpi di rullante e nel ritornello marcato, al contrario, dai colpi secchi e dallo hi-hat ritmatissimo di Copeland. Lo stile-Police si baserà molto anche in futuro su queste trovate, che appaiono qui per la prima volta. Si delinea già dopo tre canzoni la vena di Sting per una scrittura dalla presa immediata fin dalle prime battute. Stessa sorte censoria di "Roxanne" toccherà anche al secondo singolo tratto dal disco, ovvero "Can't Stand Losing You", che parla di abbandono e suicidio. Anch'esso è praticamente un reggae bianco, uno stile che i Police chiameranno "reggatta" e che nessun'altro salvo i Clash è in grado di produrre con questa personalità. Anche qui abbiamo i tre strumenti che riempiono a turno i vuoti durante la strofa e un ritornello molto più ritmato, che si pianta nel cervello al primo ascolto.
Detto delle canzoni migliori del disco, non sono affatto da trascurare anche "Hole In My Life", la ancora punk "Truth Hits Everybody", che sembra stranamente sempre sul punto di cadere da un precario equilibrio e ha uno splendido special, e soprattutto "Born In The 50's", inno generazionale urlato con rabbia da Sting e marcato dai continui doppi colpi di rullante e dal solito hi-hat. Uno strano monologo "spoken word" di Summers, dedicato a una bambola gonfiabile che farà una brutta fine, caratterizza la sua "Be My Girl Sally", che si fa notare più che altro come curiosità.


Negli Stati Uniti "Roxanne" viene trasmessa senza problemi, così il gruppo comincia ad acquisire qualche seguito e parte per un primo tour oltreoceano. Ovviamente però non è tutto rose e fiori: una sera a Syracuse (NY) il pubblico è composto di sole quattro persone, ma i Police si lanciano ugualmente sul palco e sfoderano la consueta grinta. Sting, arriva a presentare tra loro gli spettatori che restano esterrefatti. Non sono pochi gli episodi simili in quei tempi e la caratteristica di tenere concerti che altri non si sognerebbero nemmeno di affrontare sarà preziosa in futuro.
Dopo aver girato grazie alla moglie alcuni spot pubblicitari per arrotondare le entrate, Sting ottiene una delle parti principali nel film "Quadrophenia", tratto dall'omonimo disco degli Who, iniziando così una carriera parallela di attore che, anche se con risultati modesti, proseguirà per diversi anni.
Dopo altri due piccoli tour americani, i Police tengono il loro primo tour britannico da protagonisti, con i Cramps come spalla.


Nel 1979 esce il loro secondo album Reggatta De Blanc, fatto di grandi e piccoli capolavori del rock più immediato, intenso e divertente. Non ci sono ancora le pretese intellettualistiche che caratterizzeranno l'ultima fase del gruppo, non ci sono più le ribellioni anarcoidi del punk, ma solo il recupero del lato più intenso del rock & roll, della sua capacità di entrare subito nel cuore di tutti con semplicità. Sta proprio in questo aspetto dell'immediatezza l'influenza del punk; un disco come questo senza il punk non sarebbe mai stato concepibile proprio perché fatto del recupero di una scrittura semplice pur nella sua raffinatezza, appunto "da classico". E' anche l'album dove Copeland dà il maggior apporto compositivo con ben cinque canzoni a firma anche o esclusivamente sua, tutte decisamente degne di nota, e dove egli si libera definitivamente, rivelandosi uno dei più grandi batteristi di tutti i tempi, innovativo, mai banale, con una personalità gigantesca che sarà capace di generare schiere di epigoni. Accanto a lui, Andy Summers è il compagno ideale, di buon gusto e mai fuori posto, dall'inconfondibile suono fortemente effettato con flanger e delay, con una tecnica raffinata di derivazione jazz che lo rende capace di migliorare qualunque composizione. Questi due musicisti creano il vero suono Police, che segna indelebilmente tutte le canzoni e le rende riconoscibili ancor prima che Sting apra bocca. Se aggiungiamo la istrionica sicurezza da frontman nato di quest'ultimo, la sua voce acida e personale, il suo incredibile talento di autore, abbiamo gli ingredienti di un cocktail micidiale che esplode ovunque proprio con Reggatta De Blanc.
Si parte con una delle più belle canzoni di tutti i tempi, quella "Message In A Bottle" che spiazza per la perfezione degli arrangiamenti, per la semplicità delle intuizioni, per la capacità del testo di trovare appiglio nella vita di ognuno: un gioiello rock. La batteria è semplicemente perfetta nella sua innovatività, così come il personalissimo arpeggio di Summers e il giro di basso strappato di Sting. L'interpretazione vocale è da manuale. "It's Alright For You" è il solito pezzo al fulmicotone di Copeland, ma è la successiva "Bring On The Night" a incantare per raffinatezza e semplicità allo stesso tempo, struggente e intensa regala tre parti strumentali indimenticabili. Soprattutto l'arpeggio di Summers dà veramente il segno della sua capacità di rendere unica ogni canzone senza mai strafare, senza assoli strappabudella, con la sola forza della personalità. "Walking On The Moon" è la miglior prova di Copeland. Un gioco di charleston che riesce a far mancare davvero la gravità a tutta la canzone sospendendola nel vuoto (per qualcosa di simile sentire "Gravity" degli Hüsker Dü). La scrittura di Sting è capace di svariare, trovando con semplicità irrisoria dei ganci sempre diversi ma incredibilmente efficaci. Un altro classico del rock per tutti ed è già il terzo in un solo album. "The Bed's Too Big Without You" è da ripescare se non altro per il particolare giro di basso, che verrà più volte plagiato e ripreso dai musicisti più disparati, semplicemente perché è ancora una volta uno standard moderno di quelli che Sting riesce a tirar fuori, ma anche la sua interpretazione è estremamente intensa. Infine "Contact" e "Does Everyone Stare" sono due pezzi di Copeland entrambi carichi di energia, ma anche di raffinatezze strumentali quasi jazzistiche.


Reggatta De Blanc lancia i Police in tutto il mondo, diventando uno dei dischi dell'anno. Tra il '79 e l'80 i tre si imbarcano in una incredibile tournée mondiale che tocca luoghi mai raggiunti prima da una rock band. Oltre alle tappe classiche, raggiungono mete generalmente ignorate, da Hong Kong a Bombay, primo gruppo rock occidentale a suonarvi live, dal Cairo ad Atene, tenendo talvolta anche due concerti per sera.
Nell'estate del 1980 i Police registrano in Olanda (per ragioni fiscali) il loro terzo album.
Zenyatta Mondatta è una delusione per tutta la stampa musicale e riceve recensioni distruttive. Anche se si nota che i tre hanno capito che basta incidere i loro rumori digestivi per (stra)vendere e che è in buona parte scontato, il disco va, almeno in parte, rivalutato. Quantomeno alcuni buoni pezzi si trovano, oltre all'ormai consueto classico di Sting, quella "Don't Stand So Close To Me" che soprattutto vale come composizione e testo, come si vedrà nel rifacimento del 1986. Si può dire che piace molto anche "Driven To Tears", che oltre ad avere la solita parte stratosferica di batteria, ha un ritornello particolare, rallentato e spezzato da continui break, e nel testo segna la "presa di coscienza sociale" di Sting. Va ricordata anche la misconosciuta "Bombs Away" di Copeland, che si colloca tra i migliori pezzi dei Police e presenta due begli assoli di Summers, dove egli mostra la sua passione per le sonorità orientali. La seconda facciata è però largamente noiosa e pressoché da dimenticare. Il filone "reggatta" è stato sfruttato fino all'osso e ormai non ci sono più idee.


Nonostante le critiche negative il disco conferma lo status di superstar raggiunto dal trio che ormai ha il mondo in pugno. Adesso si tratta di riprendere il filo del discorso musicale interrotto, di evolvere verso altre sonorità rispetto a quelle già completamente spremute. Nel 1981 è dunque la volta di Ghost In The Machine. La new wave secondo i Police, la dance e il funky secondo i Police, lo si potrebbe definire in vari modi, ma di fatto, sebbene una parte della critica ormai prevenuta continui a osteggiarli, quest'album segna un punto a favore del gruppo, che sposa sonorità più cupe e atmosfere scure, cogliendo bene i molti segnali lanciati dall'universo post-punk. Gli arrangiamenti sono forse anche troppo ricchi, ma non è un'eresia dire che certe sonorità di quest'album le troveremo anni dopo nei Cure di canzoni come "Why Can't I Be You?". Per la prima volta, in questo disco Summers affronta finalmente di petto lo stile dell'amico Fripp, trasfigurandolo in un chitarrismo sottile, più classicamente rock o pop a seconda dei casi, ma mai banale o già sentito, personalizzandolo in modo inconfondibile. Soprattutto ora sentendo che non è certo un chitarrista da primo piano, si nota come proprio dalla seconda fila riesca sempre a lasciare un'impronta unica.
"Spirits In The Material World" presenta per la prima volta in una canzone dei Police un fitto tappeto di tastiere, che sostengono un basso pulsante mentre la voce declama un testo tra il misticheggiante e il politico. La canzone è ancora una volta segnata soprattutto dallo sferragliare del charleston e dai caratteristici colpi secchi di Copeland come la successiva "Every Litthle Thing She Does Is Magic", un'altra grandissima prova del batterista, capace di rendere indimenticabile questa pop-song dal sapore caraibico. La meravigliosa "Invisibile Sun" è densa, cupa, fortemente marchiata da tastiere profonde, da un ossessivo riff di chitarra e da un bellissimo testo sulla guerra civile nordirlandese. In "Hungry For You", Sting si diverte a cantare in francese una tiratissima canzone funky, accompagnato da fiati rutilanti (lui stesso suona sax e clarino in tutto l'album). "Demolition Man" è l'esplosione di un arsenale. Una svisata di chitarra introduce "Too Much Information", un pezzo con un tiro incredibile e ancora incessanti fiati in tonalità lievemente sfasata. Dopo un'altra canzone frenetica come "Rehumanize Yourself", arriva "One World (Not Three)", l'ultima canzone reggae-rock che i Police metteranno su disco e che è un bell'addio al genere. "Omegaman", di Summers, è una grande corsa rock in 4/4, fisicamente travolgente e marcata ovviamente dal riff continuo e scintillante del chitarrista. "Secret Journey" e soprattutto la conclusiva e bellissima "Darkness", di Copeland, riportano ad atmosfere buie e nuvolose dove filtra appena un raggio di luce.


Ormai i Police riempiono gli stadi da anni, potrebbero ripetere il trucco di Zenyatta Mondatta e fregarsene della critica, ma forse l'orgoglio di Sting, forse la classe e la potenza di Copeland, forse le forti tensioni caratteriali che ormai mettono apertamente i due l'uno contro l'altro, generano nel 1983 Synchronicity, un disco semplicemente fatto di classici dal primo all'ultimo secondo. Si dimenticano i tappeti di tastiere, si abbandonano i fiati funky e salta fuori l'album che non ti aspetti. Il ritmo teso e nervoso di "Synchronicity I" introduce alla psicanalisi. Un intellettualoide Sting si lancia nella rilettura di Jung, in compagnia dei barrage e degli arpeggi di Summers/Fripp. La successiva "Walking In Your Footsteps" ci trascina su ritmi di elettronica tribale, in una giungla densa di vapori africani ed echi animaleschi. "O My God" ripende il tema della solitudine nella folla tanto caro al primo Sting, in una dimensione ormai da perfetto songwriter pop. Con un basso che a tratti richiama quello di McCartney in "Daytripper", Sting descrive progressioni armoniche ottimamente sostenute dal solito grande drumming sferragliante e dalle ondate di marea di una chitarra iper-flangerata, permettendosi anche di disegnare col sax un finale dissonante di sapore jazzistico. Canzone molto insolita ma impressionante è la successiva "Mother", composta e cantata da Summers, caratterizzata da un pazzesco tempo dispari, avvolta in chitarra e clarino orientali e frenetici, e in un canto allucinato e straziante, davvero segnato da una follia disperata degna di Norman Bates.
La divertente e leggera "Miss Gradenko" è il frutto dell'ormai limitato spazio compositivo assegnato a Copeland, è marchiata da un perfetto assolo pentatonico di chitarra e ha un'atmosfera allegra che riporta vagamente al primo Lp. Chiude la prima facciata "Synchronicity II" che psicanalizza spietatamente la famiglia media. Batteria secca e incessante in levare e canto rabbioso squarciano il velo delle tragedie nascoste nella banalità e nelle frustrazioni della vita quotidiana.
Il classico dei classici di Sting apre la seconda parte. "Every Breath You Take" è LA canzone pop per eccellenza, quella che si ripete sempre pur incarnandosi in vesti e con autori differenti. Come "Stand By Me" (di cui riprende il giro nella strofa, uno standard incredibilmente trasformato in qualcos'altro irriconoscibile), come "Yesterday", come poche altre canzoni è capace di essere già nella mente dell'ascoltatore nel momento in cui viene ascoltata per la prima volta, come un archetipo, come un deja vu. Una canzone d'amore diventata uno dei massimi vertici del genere, di quelle che noi stessi vorremmo scrivere all'amata, dove però non si pronuncia mai la parola "amore". Una monotona nota di tastiera in controtempo introduce "King Of Pain", che poi si sviluppa come una rock song su tonalità minori, con un ritornello aperto e i soliti, perfetti, break carichi di tensione. "Wrapped Around Your Finger" è l'ennesimo singolo di successo, ma è la successiva "Tea In The Sahara" a chiudere magnificamente l'album con una incredibile chitarra minimale che sembra perdersi in orizzonti sconfinati e ci inonda di sole e sabbia del deserto (è il "wobbing cloud", un effetto inventato da Summers), vaporizzando letteralmente la canzone, ancora una volta in combinazione con un charleston sghembo e dal ritmo spezzato. Nella versione cd dell'album, compare in chiusura anche la ironica "Murder By Numbers", divertente assaggio jazz-rock che vede in combutta Summers e Sting, i due jazzisti del gruppo, nel mettere un piede nel passato e uno nel futuro di entrambi.


Terminata l'apoteosi della tournée di Synchronicity, le tensioni Sting/Copeland non sono più sostenibili. I Police si prendono così una "pausa" che dura a tutt'oggi. La band non si scioglierà mai ufficialmente, ma semplicemente Sting e Copeland cominciano a incidere album solisti, il primo continuando l'immenso successo a cui è predestinato, il secondo dedicandosi dapprima a colonne sonore cinematografiche (splendida la sua "Don't Box Me In" con Stan Ridgway dei Wall of Vodoo al canto, tratta da "Rumbe Fish" di F.F.Coppola) e poi a metter su supergruppi come Animal Logic e Oysterhead, con mostri sacri come Stanley Clarke e Les Claypool. In breve anche Summers non tarda a darsi da fare con album su album di fusion o più propriamente jazz.


Nel 1986 esce Every Breath You Take - The Singles, raccolta di singoli che presenta un bel remake intitolato "Don't Stand So Close To Me '86", molto diverso e assai migliore rispetto all'originale, soprattutto per l'armonia vocale e l'arrangiamento di chitarra; molto più d'atmosfera.


I Police sono stati uno dei gruppi più amati e influenti della storia, in una manciata di dischi hanno riportato il rock e il pop "di massa" a livelli impensati. Nati dal punk cui tanto devono ma da questo diversi, sono la dimostrazione proprio come altri gruppi coevi di come il rock si realizzi nelle forme più disparate restando in fondo sempre lo stesso, la grande musica popolare del Ventesimo secolo.


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Le fortissime tensioni presenti all'interno dei Police tra Sting e Stewart Copeland, dovute soprattutto a forti differenze caratteriali nonché al ruolo di sovrano assoluto ormai raggiunto dal cantante/bassista all'interno della band, trovarono un punto di non ritorno al termine della tournée di Synchronicity. Il gruppo non si è mai sciolto ufficialmente: nessun annuncio ai giornali e nessuna conferenza stampa; semplicemente i tre si presero una "pausa" non dichiarata che dura ancora oggi.
La carriera solista di Sting inizia ufficialmente dopo due anni dall'ultimo disco dei Police, durante i quali cerca di mettere a punto le coordinate di una musica che pur non discostandosi da quella che gli ha dato un successo immenso riesca tuttavia a risultare sufficientemente distinta. Molti lo aspettavano al varco, accusandolo di essere stato sì l'artefice primo di tanta gloria, ma anche il responsabile, con il suo egocentrismo e la sua arroganza, della fine di un mito, che nessuno aveva digerito. Sting era considerato già allora uno dei più personali e prolifici autori rock di tutti i tempi, ma era evidente che scuotersi di dosso il fantasma di un gruppo di tale planetario successo e con tante grandi canzoni alle spalle non sarebbe stata impresa facile.

In verità, in The Dream Of The Blue Turtles (1985), primo disco di Sting post-Police, l'operazione riesce solo in parte, perché se gli arrangiamenti virano moltissimo al jazz - primo amore del musicista e tendenza solo accennata in alcune canzoni del gruppo - le composizioni risentono moltissimo dell'abitudine dell'autore di avere a che fare con Copeland e Summers. Sting si circonda di una band formata da musicisti jazz di colore: Branford Marsalis (fratello del più noto Winton) ai fiati, Kenny Kirkland alle tastiere, Darryl Jones al basso e Omar Hakim alla batteria. Soprattutto lo stile di quest'ultimo in molti pezzi vira nettamente verso quello di Copeland ("If You Love Somebody Set Them Free", "Fortress Around Your Heart"). La chitarra viene presa in carico dallo stesso Sting che non può certo imitare Andy Summers, e infatti si fa sentire la mancanza delle pennellate di classe del piccolo chitarrista. Si nota anche che alcune canzoni sono state composte in epoca Police con l'obbiettivo di affidarle ai compagni di sempre, è il caso soprattutto della finale "Fortress Around Your Heart", dove la cosa è evidentissima. Insomma, The Dream Of The Blue Turtles è un disco che certamente contiene validissime canzoni destinate a un sicuro successo di pubblico - d'altronde visto l'autore era cosa assai facile a prevedersi - ma risente della mancanza dei vecchi compagni, nonostante gli ottimi musicisti chiamati a interpretarlo.
Passando ad esaminare nel dettaglio le tracce più interessanti, la iniziale "If You Love Somebody Set Them Free" è il classico pezzo à la Sting destinato a spopolare nelle classifiche. Stupisce come con naturalezza quasi irridente egli sia capace di sfornare simili hit, che pur incontrando un enorme successo di pubblico raramente possono essere liquidati come banali canzonette. "Russians" tratta della minaccia atomica in un mondo ancora in guerra fredda, prendendo spunto da un tema di Prokofiev (dichiarato con tanto di spartito nelle note di copertina), con arrangiamenti classicheggianti e toni drammatici. "Children's Crusade" è insieme alla finale "Fortress Around Your Heart" la migliore prova dell'album, calda e sofferente, presenta una sequenza di accordi abbastanza inaspettata. "We Work The Black Seam" è dedicata allo sciopero dei minatori inglesi contro le riforme thatcheriane, che allora monopolizzò per lungo tempo il dibattito politico-economico; non è l'unico tema sociale dell'album ma sulla questione dell'impegno di Sting vedremo oltre. "Moon Over Bourbon Street" è il pezzo più classicamente jazz dell'album, basato sul romanzo "Intervista col vampiro" di Anne Rice da cui anni dopo sarà tratto un film di successo. Sting è abbonato a simili profezie letterario-cinematografiche dato che già "Tea In The Sahara", su Synchronicity, si ispirava al romanzo "The Sheltering Sky" da cui Bernardo Bertolucci trarrà il film "Il Tè Nel Deserto" e "Darkness" su Ghost In The Machine si basava su "Siddharta" (da cui "Il Piccolo Buddha"). La conclusiva "Fortress Around Your Heart" ha - come si diceva - un'evidente impronta Police e richiama alla mente l'aria dopo un temporale estivo.

Come accennato, con quest'album Sting assume definitivamente la veste di musicista intellettuale e impegnato, che già aveva più volte indossato con gli ultimi Police, e in questi anni lo troveremo sempre coinvolto in una miriade di cause benefiche di vario tipo e in giro per il mondo a difendere ora gli Indios dell'Amazzonia (i quali peraltro dopo aver collaborato con lui troveranno anche occasione di criticarlo pesantemente), ora le cause di Amnesty International (per il Conspiracy Of Hope Tour negli Usa, nel giugno del 1986 i Police si riuniscono brevemente) o di Greenpeace, ora partecipando al progetto Live Aid che in una certa misura segnerà gli anni 80. Tutto ciò, se estremamente nobile e positivo in senso assoluto, farà talvolta perdere di vista a Sting il suo ruolo di semplice musicista, trasformandolo in una sorta di profeta del rock benefico quasi in amichevole contesa, o in coabitazione, con Bono Vox degli U2 per il ruolo di Messia Pop.
Cà va sans dire che il disco a dispetto dei malauguri ottiene un ottimo successo di pubblico ed è ben accolto anche dalla critica, quasi tutto ciò fosse per Sting un destino inevitabile.

Dopo la pubblicazione del live Bring On The Night, tratto dal tour di The Dream Of The Blue Turtles, con il secondo disco in studio, il doppio Nothing Like The Sun, le cose si sistemano meglio e la musica di Sting assume una dimensione realmente propria. Ciò sebbene Andy Summers appaia in due canzoni e per la batteria venga chiamato Manu Katché, uno degli strumentisti che più sono stati influenzati e maggiormente hanno fatto tesoro delle innovazioni introdotte da Copeland, e buona parte della band sia composta degli stessi musicisti che hanno partecipato al disco precedente. Ci sono ovviamente ancora gli arrangiamenti jazzistici, ma non vengono più presi a pretesto per marcare una differenza, essendo assai più naturalmente "integrati" con le composizioni.
"Lazarus Heart" apre il disco con atmosfere caraibiche di latin jazz, percussioni incalzanti in levare e una bella frase di clarino e "Be Still My Beating Heart" è una lenta ballata dove finalmente si sente il ritorno di Sting al basso. "Englishman In New York" è un saltellante reggae-jazz che sarà uno dei singoli più di successo del nostro come solista. La seconda facciata presenta lo Sting più impegnato che in "They Dance Alone" attacca direttamente Pinochet, raccontando dei desaparecidos cileni attraverso le loro donne che danzano sole sulla Plaza De Mayo di Santiago per ricordarli in sfida al regime. Dopo la fine del regime cileno, Sting si rifiuterà di cantare ancora questa canzone. "Fragile" è ancora una romantica e triste ballata d'atmosfera per chitarra acustica e percussioni latine, sulla fragilità umana così attratta dalla violenza. "Straigh To My Heart", con un bel tumbao di piano, ci riporta ai Caraibi, però in una strana e azzeccata commistione con certo folk celtico. "Sister Moon", come "Moon Over Bourbon Street" sul disco precedente, è la canzone più scopertamente jazz dell'album. In "Little Wing", Hendrix viene ottimamente reinterpretato in chiave jazz grazie anche alla presenza di Gil Evans e della sua orchestra, una lettura diversa dal solito del mancino di Seattle, dove saggiamente l'assolo di chitarra viene citato senza strafare. "The Secret Marriage" è la breve chiusura dell'album, dichiaratamente di derivazione brechtiana.
Nothing Like The Sun ci riconsegna uno Sting completamente padrone dei propri mezzi compositivi e interpretativi. Niente di tremendamente innovativo, nessuna rivoluzione, ma chiarezza di intenti, bei testi, melodie azzeccate e diverse trovate intelligenti. In fondo, è proprio quello che si chiede al personaggio. Il tour mondiale lo vede appassionato interprete delle nuove composizioni e dei suoi classici di sempre, ben lontano dal freddo professionista che è destinato a diventare anni dopo. Viene pubblicato anche "Nada Como El Sol", versione ridotta e in lingua spagnola dell'album, ovviamente superflua per chi non sia un fan sfegatato.

L'11 luglio 1987 in occasione di Umbria Jazz, Sting si esibisce allo Stadio Comunale di Perugia in unico spettacolo con l'orchestra di Gil Evans. Nella seconda metà del 1988, terminato il tour personale, Sting partecipa allo Human Rights Now! Tour sempre a sostegno di Amnesty International, assieme a Peter Gabriel, Bruce Springsteen, Yossou n'Dour e Tracy Chapman, in uno dei più colossali e qualitativamente validi tour collettivi di sempre. In Italia la kermesse tocca in settembre lo Stadio Comunale di Torino dove chi scrive ha vissuto una delle più indimenticabili giornate di rock "campale" della sua vita.
Dopo quattro anni di silenzio discografico, in cui appunto, oltre ai vari tour, Sting si dedica al sostegno di cause benefiche in giro per il mondo, nel 1991 esce The Soul Cages. Il nuovo lavoro risente profondamente della scomparsa del padre del musicista, cui il disco è espressamente dedicato, fin dalla iniziale lenta e fortemente cantilenante "Island Of Souls", dove arpe eteree, un suono metallico di chitarra a fare da campana a morto e una costante cornamusa in sottofondo richiamano un'atmosfera malinconica e odorosa di nebbia. "All This Time" che segue, il primo singolo dell'album, ha invece un andamento allegro e squillante, ma resta localizzata nella Newcastle dei ricordi d'infanzia, tra immagini di sacerdoti e funerali, considerazioni sulla caducità delle cose e il fiume della vita che scorre costantemente. "Mad About You" è la canzone che più richiama il lavoro precedente e mostra ancora una volta l'abilità di Sting nell'arrangiare melodie spezzate, che si insinuano proprio grazie alla loro "frantumazione". Questa canzone sarà purtroppo "vittima" di un remix in italiano con testo scritto dal nostrano Zucchero, che Sting canterà con effetti quasi comici. Insieme a questi i pezzi più interessanti dell'album, perché per un verso o per l'altro meglio ne interpretano l'atmosfera generale, sono "Why Should I Cry For You" (con netti e gradevoli richiami africani), "The Soul Cages", la finale "When The Angels Fall". Se il disco viene ritenuto da molti un noioso susseguirsi di nenie, la cosa è comprensibile ma, pur specificando che non siamo di fronte a un capolavoro, bisogna comunque entrare nello spirito di elaborazione del lutto di quest'album per comprenderlo e dargli il giusto valore. E' quantomeno un'opera molto sentita ed emotivamente densa. A parere di chi scrive, centra musicalmente l'obiettivo di far filtrare fino all'ascoltatore la catarsi e la consolazione personale dell'autore, attraverso composizioni distese, arrangiamenti avvolgenti e un suono sospeso in un'atmosfera ovattata, come se il tutto si svolgesse in una specie di purgatorio in quieta attesa dell'ineluttabile.
The Soul Cages è stato registrato per buona parte in Italia, e precisamente in Toscana che da qui in avanti comincia a essere per Sting una seconda patria. Dopo aver acquistato e venduto una villa a San Rossore vicino Pisa, egli acquista una tenuta a Figline Valdarno, alle porte di Firenze, dove con gli anni trascorrerà sempre più tempo dedicandosi in anni recenti da moderno signorotto di campagna persino alla produzione e vendita di vino e olio con un suo marchio, causando però drammatici effetti sulla sua musica.

Nel 1993 è la volta di Ten Summoner's Tale, dove gli effetti dell'imborghesimento cominciano seriamente a farsi sentire. L'iniziale singolo "If I Ever Lose My Faith In You" dà l'impressione che la magia resista: melodia accattivante, belle progressioni armoniche, una forte figura di basso e una interpretazione come ai vecchi tempi. Purtroppo ci pensa la successiva "Love Is Stronger Than Justice (The Magnificent Seven)" a togliere ogni illusione, con un patetico tentativo di produrre un ritornello da banale tema western appiccicato casualmente a strofe confuse che non si capisce dove vogliono andare a parare e un assolo finale di piano jazz anch'esso giustapposto come se fosse preso da qualche altra parte. La affascinante ballata "Fields Of Gold" restituisce una speranza, morbida e disarmante come un abbraccio femminile, ma per quanto gradevole nel resto dell'album non c'è una cosa che davvero spicchi e resti impressa. Il tutto risulta insipido, già sentito, con pochissimi spunti e senza più neanche la scusa della ricerca interiore. Forse la sola eccezione tra le altre tracce è "Seven Days", soprattutto grazie all'apertura del ritornello, peraltro con il vecchio trucco di declamare i giorni della settimana così da farne una filastrocca facile da tenere a mente. Questo disco è un po' una delusione o un risveglio, diciamo una lenta scivolata da un precario equilibrio tra melodia pop e raffinatezze jazz, reminescenze rock e sensibilità da compositore esperto. Troppo difficile rischiare un cambiamento quando si vuole e si deve accontentare comunque un pubblico divenuto ormai assai eterogeneo, per di più in maggioranza profondamente diverso dalle origini e assai più di musica leggera che rock. Il pensiero deve essere stato: meglio andare sul sicuro a costo di risultare uguali a se stessi.

Sting negli anni 90 sforna figli con la nuova compagna Trudi Styler e rilascia interviste in cui di volta in volta proclama - assai banalmente - che il rock è morto, che sta diventando sordo (un velato paragone con illustri predecessori?) e questo gli consente di cogliere nuove sonorità, che riesce far l'amore per otto (!) ore di seguito grazie al sesso tantrico, salvo specificare poi che in tale tempo sono comprese almeno sei ore di sonno ristoratore e di preparazione. Regolarmente tutto ciò ottiene grande spazio non solo sulla stampa musicale "ufficiale", ma anche in tv e sui rotocalchi più o meno scandalistici. Sting è uno dei massimi esponenti del mondo dorato delle superstar, può dunque permettersi di dire e fare tutto e il contrario di tutto. I vecchi fan assistono perplessi, approdando nel frattempo su altri lidi del rock, ovviamente per parte sua sempre vivo e vegeto.
Il declino di ispirazione si rende manifesto con Mercury Falling, del 1996, disco assolutamente privo di mordente, uno stucchevole omogeneizzato di classe su cui non c'è letteralmente niente di rilevo da segnalare.

Brand New Day del 1999 presenta come primo singolo una pessima collaborazione con il cantante raï Cheb Mami intitolata "Desert Rose", una nenia piatta, confusa e senza un senso apparente, fatta di un ritmo pop sincopato e una melodia banal-araba già strasentita. L'album è una raccolta di canzoni che non passeranno alla storia della musica, sprecate nel costante tentativo di trovare una qualsiasi cosa che suoni originale ricorrendo ora alla bossa nova, ora al gospel, ora appunto alla musica araba. Unica cosa da salvare, volendo, è la canzone che dà il titolo all'album.

Nel maggio 2000, nel mezzo dell'ennesimo tour mondiale, Sting omaggia la sua seconda città Firenze regalandole un megaconcerto gratuito al Parco delle Cascine, cui assistono oltre trentamila spettatori. Lo Sting che appare in questa occasione speciale agli occhi di chi lo ha visto live in ogni incarnazione con i Police e da solo, come il sottoscritto, è un performer impeccabile, senza alcun difetto udibile o visibile, accompagnato da un'ottima band, armato di decine di grandiose canzoni, ma così professionale da essere freddo, distaccato, quasi glaciale nella sua perfezione. I trucchi da rockstar consumata (e ruffiana, diciamocelo) si sprecano, la mente si allerta, ma le meravigliose melodie di un tempo, nell'atmosfera di una tiepida sera primaverile nel parco, fanno ogni volta sospendere il giudizio e maledire se stessi per la nostalgica debolezza del cuore. Basta sentire in giro è ci si accorge che l'impressione è comune. Da quel concerto tutti escono contenti, nessuno esce convinto e men che meno entusiasta: ormai Sting è definitivamente cambiato e non in meglio.

L'11 settembre 2001, preceduto dalle fanfare della stampa, Sting riunisce nella sua Villa Il Palagio di Figline Valdarno (Firenze) i suoi musicisti di fiducia e una ristretta selezione di illustri superstar internazionali dello spettacolo come lui per fungere da pubblico alla registrazione di uno strano album live. Il senso dell'intera operazione era allora e resta ancora oggi un mistero. Comunque sia, il piccolo gotha dello showbiz assisterà invece alle sconvolgenti immagini televisive dell'attentato alle Torri gemelle di New York, ma il "concerto" avrà luogo ugualmente alla sera. Il risultato finale si intitola All This Time ed è un prodotto senza infamia e senza lode, che sopravvive solo grazie alle vecchie canzoni e in cui si sente che la voce non è più quella di un tempo. Insieme a versioni dei pezzi per lo più non entusiasmanti, resta una musica dolce da viaggio in auto, uno dei tanti "best of" del Nostro di cui ormai si è perso il conto.

Il resto è storia recente: a parte una nuova apparizione nel 2002, dopo quella del 1993, a una delle tristi pavarottate autoincensatorie con gli altri "friends" sempre più imbolsiti che ci hanno preseguitato per anni puntuali come il Natale coi parenti (l'usanza è stata oggi finalmente soppressa), nel 2003 esce l'album Sacred Love, in cui Sting si produce nella solita brutta collaborazione stavolta con Mary J. Blige. Per quanto "brutta" appaia soggettivo e opinabile è l'unica, semplice, definizione che sorge alla mente di chi scrive. Tutto scivola via nella mediocrità: non c'è niente di sperimentale (figurarsi, è materiale patinato a uso delle radio e di Mtv), niente di melodicamente accattivante per chi era abituato fin troppo bene dalle sue composizioni (l'ispirazione è purtroppo un ricordo), niente interpretazioni sorprendenti (ormai la produzione non si prende più nessun rischio). Una domanda sorge spontanea: perché? La risposta, è anch'essa spontanea: una numerosa famiglia da mantenere (nel lusso).

Sting è ormai un mestierante e ovviamente non si fermerà mai. Chi lo ha amato davvero prima con i Police e da solista spera ancora in un ritorno della magia che per quasi vent'anni ha accompagnato questo grande autore e musicista; date, però, le premesse recenti, a confidare nel futuro, più che per ottimisti, si rischia di passare per ingenui.

EUROPE

Tutto risale al 1978 quando il bassista Peter Olsson dà vita, insieme a John Norum alla chitarra e Tony Reno alla batteria, al gruppo Force. Ben presto i tre ragazzi trovano il cantante: Joey Tempest abbandona i suoi Roxanne e si unisce ai tre all’età di soli quattordici anni, mostrandosi già autore di canzoni ricco di talento. Nel 1981, a causa dell’abbandono di Peter, Joey è costretto a suonare il basso in attesa della definitiva venuta di John Leven, conteso anche da Yngwie Malmsteen; l’anno successivo sarà quello definitivo: viene inaugurato il ‘Rock SM’, una gara canora per rock band locali. Ben 4000 demotapes sommergono l’organizzatore Thomas Erdtman (poi manager degli Europe!); fortunatamente, la fidanzata di Joey aveva convinto i ragazzi a registrare il proprio materiale: quattro canzoni su cinque appariranno poi sul loro primo album.

Al momento però, non soddisfatti del risultato, mettono da parte la registrazione e dimenticano la competizione. Con gran lungimiranza, la cassetta viene inviata dall’avveduta ragazza, gesto che permette in seguito ai Force di prendere parte e, addirittura, vincere il festival. I Force diventano Euorpe e convincono l’ostinato Erdtman che era alla ricerca di una pop band sullo stile dei Gyllen Tider, famosi a quel tempo.

Joey viene premiato come miglior cantante, John come miglior chitarrista; ma, soprattutto, il primo premio è la registrazione di un album benché la casa discografica sia piccola e le attrezzature non eccellenti. A dispetto di ciò, ‘Europe vende bene e diviene famoso per l’eccellente qualità delle canzoni contenute: gli Europe affrontano il loro primo tour svedese. La fortuna non sembra però avere limiti: un giornalista giapponese acquista casualmente il disco in un negozio di importazioni a Londra e ne resta favorevolmente impressionato: ritorna a Tokio e, dopo aver proposto il materiale ad una casa discografica, quest’ultimo viene pubblicato. Seven doors hoteldiviene una hit da top ten. ‘Wings of tomorrow, il secondo album, esce nel 1984: le recensioni e le vendite sono molto soddisfacenti.

Joey suona le tastiere sia sul disco che in tour; tuttavia, per ottenere i giusti effetti durante gli spettacoli live, e per permettere al cantante di dominare la scena, decidono di prendere un tastierista. Mic Michaeli degli Avalon, un gruppo di Upplands Väsby, entra a far parte del gruppo; subito dopo, un’altra sostituzione fa sì che al batterista Tony venga sostituito Ian Haugland: si delinea finalmente quella che sarà la formazione destinata a conquistare il mondo.Inizia un nuovo tour e, contemporaneamente, prendono parte alla produzione di un film svedese "On the loose" di cui Joey scrive la colonna sonora: ‘On the loose, ‘Rock the night and ‘Broken dreams’ sono i motivi che diverranno famosi. Dopo alcuni imprevisti, il terzo album ‘The final countdown’ viene pubblicato a maggio del 1986: il successo non poteva essere più grande, le critiche eccellenti, le vendite superano i 6-7 milioni. Il 3 settembre 1986 prende il via il tour dal Giappone proprio mentre il resto del mondo si accorge di loro concedendogli le dovute onoreficenze.

Uno spiacevole accadimento crea però alcuni problemi logistici: John Norum decide di lasciare il gruppo, stanco della crescente pressione, per dedicarsi a progetti come solista. I suoi gusti musicali, infatti, erano leggermente diversi, più ‘hard’ e, dunque, meno adatti allo stile della band; a John piacevano gli Scorpions ed i Dokken, al resto dei ragazzi i Toto ed i Journey. Al momento, l’unico chitarrista disponibile ed adatto sembrava Kee Marcello, membro del gruppo glamrock Easy Action (l’offerta non fu subito accolta con entusiasmo).Così, l’ultimo concerto di John è quello del 31 ottobre 1987 ad Amsterdam; Kee, inoltre, diviene subito un elemento fondamentale, essendo lui uno dei migliori chitarristi svedesi ma anche bravo alle tastiere, come produttore, arrangiatore, autore di canzoni e cantante: si unisce ai quattro ragazzi in occasione della data di Dortmund (Germania) innanzi a ben 16 000 persone presenti in sala e 50 milioni in diretta televisiva. A marzo il primo tour mondiale. ‘The final countdown’ scala le classifiche di tutta Europa, e il singolo diviene numero uno in 26 paesi: a gennaio del 1987 solo l’America resta ancora come forte da abbattere.

La resistenza è di breve durata: il tour tenuto in primavera riscuote immensi riconoscimenti (toccano 23 città e viaggiano per ben 14 565 chilometri) con ‘The final countdown’ occupante l’ottava posizione della classifica di Billboard; inoltre, il brano viene sempre più utilizzato per siglare grandi eventi come la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi del 1988. Il mondo intero è conquistato: Giappone, Europa, America, Canada, Unione Sovietica, Australia, Sud America e Sud Africa; e, a causa delle elevate tasse svedesi, gli Europe trasferiscono il loro domicilio prima a Nassau, Bahamas e poi a Turks and Caicos, isola della costa occidentale dell’India. Al principio del nuovo anno la band partecipa al più grande degli eventi, Rock in Rio mentre si appresta a lavorare al successivo album di studio.

Viene pubblicato il primo singolo ‘Superstitious’ nel mese di luglio quando i ragazzi intraprendono un tour americano con i Def Leppard: favorevolissime critiche supportano l’avventura. Prende il via anche la promozione dell’album ‘Out of this world’ , degno erede per critiche e hit da classifica di ‘The final countdown’: alcuni problemi legati a scelte manageriali errate impediscono comunque un successo pari al precedente. A novembre viene inaugurato il nuovo tour: si comincia a Bombay, India, innanzi a 60 000 persone, per continuare con altre 60 000 persone allo show di Milton Keynes tenuto con Bon Jovi, Skid Row e Vixen. I ragazzi però non sono felici del risultato né delle decisioni del produttore, troppo distanti dai loro desideri; si occupano già del nuovo materiale, scrivendo per la prima volta tutti insieme (non solo Joey, da sempre vero artefice del successo) e durante gli incessanti spostamenti: sorgono delle discussioni con la casa discografica che chiede al gruppo canzoni più morbide a dispetto di quelle già scritte (ad esempio ‘Yesterday’s news’ e ‘Break free’, suonate solo dal vivo e pubblicate successivamente).

Il nuovo manager è Herbie Herbert ed il produttore Beau Hill : nel 1991Prisoners in paradise’ diviene testimonianza di questo nuovo, forzato corso. Parte il tour dal New Year’s Eve show celebrato al Tokio Dome insieme ai Metallica come band principale ...anche se lo spettacolo si intitolava ‘The final countdown’! Una la novità: tre chitarristi sul palco; Joey suona quasi sempre, Mic quando non è impegnato con tastiere o Hammond .Poi, la decisione di prendersi una pausa, una pausa che ora sembra troppo lunga dato che sono ben cinque anni di inattività. Tutti lavorano a progetti solisti. Solo nel 1993 l’album ‘Europe 1982-1992’ viene pubblicato come risoluzione del contratto con la casa discografica Sony e per ricordare ben diciassette canzoni degli Europe. Cosa accadrà ai cinque famosi svedesi? Tutto è possibile, "...nothing is constant, except changes"(JOEY).

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